Nel mezzo del cammin ti saluto.

Caro Enrico Brizzi, l’idea di andare lentamente e di faticare, e l’idea poi di trasferire il coast to coast che abbiamo importato dall’America nel piccolo recinto italiano mi piaceva. Mi piaceva che un viaggio da un margine all’altro – da un mare all’altro, anche se il mare è un po’ sempre lo stesso ovunque – potesse avere un senso anche se in mezzo non c’erano i 4/5000 km che il corretto ossequio americanofilo richiede. Mi piaceva anche la prosa da guida turistica, quel “prendi la strada bianca, vedi l’ufficio postale sulla destra”. C’entrava, in qualche modo, era il racconto di un viaggio, quindi la prosa da guida poteva starci. La frase migliore, quella del Vietnamita, viene a metà del libro: “Mentre cammino, penso, e i pensieri più spigolosi si levigano da soli. Per via dell’attrito. E’ una regola fisica“. Notevole. Ti confesso che è per questo che ho comprato il libro. Quella frase mi faceva ben sperare. La somiglianza con una guida turistica è però micidiale. Voglio dire: tempi e pause e colpi di scena sono gli stessi. Non c’è l’azione, e infatti non succede mai granché. Per leggerlo ci vorrebbe tutta la lentezza che quella volta impiegasti per andartene da un mare all’altro. Eppure temo che neanche quella basterebbe: perché in fondo direbbe qualcosa a te e continuerebbe a non voler dire niente a me. Solo una cosa vagamente noiosa, come può essere una passeggiata per chi non la sta facendo (quelli a cui non gli si stanno levigando i pensieri).
Il Vietnamita ti raggiunge a metà libro, dopo che tuo fratello se n’è andato, mi pare per impegni di lavoro.
E’ allo stesso punto che io t’ho salutato. Ho letto la frase del Vietnamita e ho pensato che abbandonavo la compagnia. Secondo me arrivano dall’altra parte, e in mezzo non succede un granché. Comunque non mi interessa.