Brasato di turista al barolo.

Che “presentato da” non significhi “diretto da”, e neppure “sceneggiato da”, è cosa che dovrebbe apparire superfluo sottolineare. Invece così non sembra, viste e considerate le miriadi di operazioni di marchetting (o marketing delle marchette) che investe il cinema contemporaneo, dispensando avalli eccellenti mascherati da collaborazioni per qualsivoglia film di qualsivoglia regista, più o meno sconosciuto. Finisce che un Sam Raimi, uno Steven Spielberg o un Quentin Tarantino, tanto per citarne tre, divengano immagini molto più pesanti di un’intera locandina, veicoli adatti a traghettare probabili anonimati da botteghino verso le ammirate sponde da “box office – top of the week”, o roba simile. Non fosse la giusta punizione per la dabbenaggine di chi vi cade (me compreso), il buon gusto dovrebbe perlomeno impedire spot(toni) costruiti ad arte per confondere le idee su chi abbia fatto cosa (e, soprattutto, perché), se ancora un pò di decenza ci separa dall’accettare supinamente ogni sorta di presa per i fondelli. L’ultimo film a goderne il tentativo è Hostel (Eli Roth, 2005) che vede annunciare un “Quentin Tarantino”, fra trailer e titoli di testa, senza che ve ne sia realmente traccia, né a livello di scrittura né, tantomeno, di regia. Più probabile che, durante le riprese, il bravo mister Q. abbia telefonato per salutare la truppa e fornire i dati del conto corrente.

Terminata la necessaria premessa, mi sembra giusto parlare del film, un horror cui, come grande merito, va ascritto quello di non pretendere né azzardare voli pindarici in complesse liturgie narrative o psicologiche, ma di ancorarsi al suolo, col coraggio della polvere da ingoiare che la scelta, inevitabilmente, comporta. Di polvere, c’è da dire, se ne ingoia parecchia, specie nella prima noiosissima parte, in cui poco accade oltre a un insensato pretesto narrativo utile solo a spostare la scena dall’Olanda alla Slovacchia, dove i tre giovani turisti, protagonisti del film, andranno alla ricerca di belle ragazze da scopare, fuor di metafora, ritrovandosi invece prigionieri nell’incubo di una gigantesca Disneyworld per sadici macellai assassini, a completa disposizione di facoltosi psicopatici alla ricerca di differenti esperienze carnali.
A tratti, l’estetica color carne rievoca i fasti di quel cinema, primi anni Ottanta, che ancora non obbligava il Mostro a nascondersi dietro un dolby 5.0 ma, più coraggiosamente, lo mostrava fin nei minimi dettagli, in tutta la sua oscena crudeltà e violenza; c’è comunque da dire che, nonostante il sacchetto-per-il-vomito distribuito a inizio film (trovata pubblicitaria quasi citazionista del proto-marketing di vent’anni fa), il coraggio di Roth non sconvolge più di tanto, fermandosi spesso prima della soglia che obbligherebbe il censore a tagliare grosse fette di pubblico adolescenziale (grondante dollari).
L’evolversi dell’intreccio riesce a tratti efficace e, c’è da dire, non annoia, specie nella rappresentazione di un Europa dell’est, post comunista, alienata e alienante, incapace di uscire dal ghetto di un passato ancora presente, e, al tempo stesso, già iniziata al capitalismo che ha contagiato i ricchi cugini d’oltreconfine (Praga, per intenderci), dove tutto è merce e la merce è tutto, e dove il turista alimenta il turismo a proprie spese; qui, letteralmente.
Il finale è addirittura intelligente, perchè non stupidamente consolatorio, come troppo spesso altrove, ma scarno ed essenziale, permettendo allo spettatore medio di uscire dal cinema, pur con tutte le perplessità di questo mondo, beatamente dubbioso sul fatto che quel mondo, da qualche parte, forse esiste davvero.
E lui, da turista, ci dev’essere pure passato.