La poesia, a prescindere.

La vera notizia, a proposito del nuovo album di De Gregori (Calypsos – 9 canzoni nuove), non è che per la prima volta, dopo tanti anni, il cantautore ha infilato un “ti amo” in una sua canzone, ma l’atroce dubbio che chi quella notizia sbandiera, come unico evento degno di nota, nelle recensioni da salotto telegiornalistico, frivolo aneddoto capace di risolvere un’intera creazione artistica (quasi si trattasse di una foto rubata in spiaggia), ci creda talmente analfabeti di sentimenti da essere stati incapaci, per tutto questo tempo, di leggere quella frase nascosta, e accesa, nelle costellazioni di versi disseminate in decenni di straordinaria poesia in musica. Badate che se volete leggere una recensione vi conviene cercare altrove (ma non, vi prego, nei salotti di cui sopra), perchè dell’album ho potuto ascoltare, attentamente, soltanto la traccia chiamata in causa (Cardiologia – 4’07”) e poco altro. Fin troppo per ribadire che Francesco De Gregori ha saputo dar forma ad una poetica musicale, poco seriamente discussa e mai adeguatamente celebrata, capace di parlare un linguaggio talmente fragile, e condiviso, che pochi altri ne sanno ricavare tanto. Un linguaggio che sembra sottrarsi per lasciare spazio all’immagine che evoca, senza lasciare traccia, senza darsi a vedere, solo dandosi a guardare. E quelle immagini hanno il potere di non confondersi, di non svanire con il passare del tempo: sono già ricordi, intimità condivise da chissà chi altro, incapaci di scorrere sotto altre immagini, frammenti di una quotidianità sublimata, e divenuta immortale. Quella di De Gregori è “poesia a prescindere”, per usare la definizione che il poeta Raboni dava dell’opera di Paolo Conte, così distante nel percorso ma così vicino nel risultato al cantautore romano; parole, quelle di Francesco, che sanno diventare frasi di una semplicità disarmante, mai dette perchè troppo spesso pensate, riflettute, dolorosamente comprese. Tra la banalità volgare e la geniale semplicità scorre un fiume di parole; la differenza la fa il buon pescatore. La sua musica, che col passare degli anni ha raggiunto livelli sempre più eccelsi (come nel caso dell’album Pezzi (2005), uno dei migliori album italiani degli ultimi 10 anni, puntualmente ignorato dalla critica), riesce a impressionare quelle fotografie che ci vengono offerte, facendole scorrere, fotogrammi in attesa di un montaggio che appare volutamente incompiuto in un finale da sognare, accompagnandone il percorso senza mai forzarne il cammino. Come verità che si rivelano lasciandoci soli a riflettere con noi stessi. Lontani migliaia di miglia da Sanremo, e dai “ti amo” messi lì, tanto per riempire un vuoto di idee.