Nanni vs Maciste.

Il Caimano è un film che utilizza il Cinema per parlarci d’altro, di qualcosa che è, forse, (già) cinema e che al tempo stesso vorrebbe (ancora) esserlo.
Il Caimano è la storia di un film nel film, surreale narrazione che ci viene offerta divertendoci, talvolta annoiandoci, nei segni tangibili dell’autoreferenzialità di un regista che ci racconta le sue storiche idiosincrasie, le sue manie, il suo cronico disadattamento esistenziale, convogliandoli nelle vicende di una coppia in crisi nell’Italia di oggi; lui (Silvio Orlando) regista trash caduto in disgrazia che cerca un’idea per risollevarsi, e lei (Margherita Buy), sua ex-moglie ed ex-attrice, alle prese con i cocci di un matrimonio oramai terminato.
Ma quel che ci è dato a vedere è sovrastato dalla presenza/assenza di una figura smisurata, talmente ingombrante da penetrare qualsiasi ambito, lavorativo o familiare che sia; due livelli che nella storia si confondono, rendendo noi, con loro, interpreti e spettatori, al tempo stesso, di un unicum incomprensibile per chi osserva da fuori, per chi è estraneo a quei “trent’anni” della logorante vittoria di una sottocultura ormai storicizzata.
Nella storia che Moretti ci racconta, Berlusconi è il protagonista culturale, impalpabile presenza quasi eterea, in un’Italia oramai sconfitta da una realtà che lo include, e al tempo stesso ne rimane inclusa, prigioniera della figura dell’uomo che “ha già vinto”.
L’unico vero spettatore (non pagante, in tutti i sensi) è l’artista polacco che ci indica, noi italiani, come macchiette senza un senso oltre al nostro eterno, ridicolo sprofondare nella fossa che da soli ci scaviamo.
Berlusconi emerge dovunque perchè è dovunque, sceneggiatura e sceneggiato, attore e regista, nome impronunciabile e impossibile da non evocare. Berlusconi non si vede (a parte, anche per lui, brevissimi filmati entrati nella tragicommedia all’italiana) ma sovrasta ogni cosa, confondendo e confondendosi, mancando proprio nel film che parla di lui, come se il travaso dal film al reale, che circonda la sala cinematografica, fosse già avvenuto.
E l’unica presenza/assenza che lo equivale, perlomeno dentro la pellicola, è proprio quella di Nanni Moretti, spirito altrettanto incorporeo durante la narrazione, per la prima volta capace (addirittura) di esiliarsi per quasi tutto il film, relegandosi dietro la macchina da presa, ad eccezione di pochissimi e significativi istanti.
Nascosto, quasi a preparare il terreno di una sfida finale che diventa vera e propria possessione, incarnazione ribelle e mostruosa, atto poetico definitivo di un artista che scende dalla macchina da presa per rivolgersi allo spettatore, rimanendo al tempo stesso confinato entro i bordi di una pellicola che sembra essersi spezzata, lasciandosi alle spalle rappresentazione e parodia, storia e metafora.
Il finale de Il Caimano, che vede Moretti interpretare Berlusconi, facendoci assistere all’ultimo grado di un giudizio (universale) dal quale, sembra dirci, non si tornerà più indietro, è raggelante, indissolubile, folgorante.
Il discorso disperato di un intellettuale che ci avverte di qualcosa che forse sta già avvenendo, senza che neppure ce ne accorgiamo.