
Viene spontaneo immaginare che Rob Zombie, per essersi scelto un nome d’arte del genere, debba avere un rapporto viscerale con il Genere (mi si conceda il calembour).
Ex leader del gruppo heavy metal White Zombie, poi passato con successo a suonare in proprio, debutta nel cinema come regista con La casa dei 1000 corpi (2003), riscuotendo un discreto successo e dimostrando di saperci fare con gli strumenti del mestiere.
Nel 2005 replica con un film che fatica a trovare spazio tra le recensioni dei critici, forse inorriditi da quel nome da circo Barnum, troppo poco serio per potersi prendere sul serio.
Ed è un vero peccato, per loro, perchè La casa del diavolo (2005), è un capolavoro che ragiona sul significato di “mostruoso” come non si vedeva fare da quando il cinema era in mano ai ragazzetti terribili di Pittsburgh e dintorni culturali (era l’apogeo dei Sessanta), capaci di ricordare al mondo la verità più sublime e sublimata con cui la società abbia mai avuto a che fare: che il mostro siamo noi.
Road movie che sembra uscito direttamente dallo spirito artisticamente più ribelle, e lucidamente critico, dei favolosi Sixties, infarcito di ironia, ammiccamenti, angoscia latente ed incancellabile, e realizzato attraverso un uso della macchina da presa che non ti lascia prender fiato un istante, obbligandoti a guardare ogni aspetto del visibile, questo film taglia a fette un immaginario che ha segnato un’epoca, riuscendo a restituircela in tutta la sua attualità, caricata di una carnalità ancora pulsante.
Il circo attraversa l’America, con i suoi orrori, le sue follie, il suo erotismo inconfessabile; il circo è dovunque, rivelandosi molto più affascinante perchè dichiarato, urlato, caricaturale per sua stessa natura.
Il clown mostruoso lo è perchè la gente da lui mendica una risata, ignorando cosa vi sia dietro quella maschera; la violenza, il sadismo esasperato scortica due, tre generazioni di finti eroi, lasciandoli gementi sulla strada piena di polvere e poliziotti.
L’antieroe della narrazione diventa eroe, dolcissimo e disperato reietto (il titolo originale è proprio The Devil’s Rejects, sebbene per una volta il titolo italiano abbia un senso che coglie la profondità di un contenuto, o, per meglio dire, di un contenente) la cui unica colpa è di essere stato trasformato in clichè, snaturato di una natura che non trova più spazio; il suo sonno iniziale è quello della Ragione e comprende una civiltà intera, che conosce soltanto la cura delle pallottole e del distintivo, la Legge di chi non segue alcuna legge.
Il mostro scappa, comunque vadano le cose, ritornando nell’oscurità che lo accoglie, nascondendone il volto che nessuno specchio vorrebbe mai contenere. Il momento più alto, e commovente, è proprio quello in cui il Mostro decide di restare, rifiuta il Viaggio inutile, perchè ovunque è lo stesso posto, la stessa strada, la solita America, in fondo, incapace anche solo di guardarlo negli occhi, come solo chi abita i corridoi della follia riesce a fare, senza ipocrisia nè sdolcinature.
Solo il mostro accetta e comprende la mostruosità che lo (ci) circonda, riuscendo a contenerne il significato.
Se credete non sia possibile commuoversi di fronte ad un film dell’orrore veramente orgoglioso di dirsi tale, allora è forse il caso che un salto al cinema lo facciate.
Con la mia più affettuosa benedizione.


