La vertigine storica.

Se La meglio gioventù è divisa in tre episodi non è solo per esigenze televisive e per la sua necessaria lunghezza, ma perché la visione integrale potrebbe essere fatale.

Già la visione di un solo episodio, di 10 anni o meno o più in due ore è qualcosa di insostenibilmente defatigante. Se ne esce spossati, stanchi, disseccati. Non per difetto della voce di Tullio Giordana – quella racconta precisamente e perfettamente – ma perché, semplicemente, la compressione storica cui il tempo cinematografico costringe quello reale, quello accaduto, si traduce in qualcosa di talmente denso e pesante da mettere alla prova la psiche più equilibrata.
Da questo punto di vista, pure la fotografia della Meglio Gioventù è congruente: è fatta di primi piani, di sintassi macro: si vedono quasi i pori della pelle, i segni della vita lasciati sulla cute. Non c’è mai la big picture – il quadro generale – perché quello è descritto dall’azione. Il grandangolo abbraccia e tira dentro nel quadro molteplici dettagli. Le cose e le persone hanno la stessa importanza, sono tutte lì, contemporaneamente, esattamente come nella vita reale tutto si vede, nello stesso momento, come una massa indistinta dalla quale niente emerge, o poche cose. Nel presente non si può capire: si può vivere, o tentare di farlo.
La fotografia della Meglio Gioventù è fatta con un teleobiettivo e un teleobbiettivo seleziona il soggetto, isolandolo dallo sfondo. Crea una gerarchia degli elementi della foto, del racconto: c’è il primo piano, c’è lo sfondo e lo sfondo serve a dare l’idea e a suggerire lo stato d’animo. Inoltre il teleobbiettivo schiaccia e comprime la prospettiva umana, quella a cui l’occhio è abituato. La prospettiva simbolica che traduce è quella storica, quella che può situare in un contesto gli elementi dell’azione. La storia organizza il flusso dell’accaduto e ristabilisce il nesso di causa ed effetto che il presente – quando ciò che è accaduto sta accadendo – non può restituire. La gerarchia che il discorso storiografico organizza è quella compressa che il teleobbiettivo fisicamente restituisce.

Cinematograficamente e letterariamente la storia diventa epica, e La meglio gioventù è un film epico. Narra vicende distanti nel tempo e le schiaccia in un intervallo di tempo infinitamente più costretto. Assume il punto di vista dello storico che guarda il passato dall’alto della montagna, sul crinale del presente che ora non sta indagando, di cui si occuperà più avanti. Ma la prospettiva dello storico è vertiginosa e guarda nell’abisso di ciò che è stato. Deve distaccarsi dalle umane sofferenze perché una vita è faticosa per chi ci sta dentro e partecipare umanamente anche a quella altrui è insostenibile. E’ faticoso come la visione di un film che di vite ne racconta tante e te le dice in poco tempo: ci vedi qualcosa che conosci perché l’hai vissuto o te l’hanno raccontato e ne soffri. Se nasce l’empatia con quelle vite dentro lo schermo, con quelle fotografie in movimento, la loro esistenza di sostituisce a quella dell’osservatore e l’identificazione può essere straniante o faticosissima.

Ma pur sempre di un racconto si tratta, e il racconto è un esercizio retorico. E’ un fraseggio che dal grave passa al lieve e poi torna al tragico. Ti afferra la testa e te la porta in giro, mostrandoti una costruzione mentale opera del narratore, dello storico, che qui ha visto la leggerezza (quella di certe sequenze in cui il respiro affaticato degli eventi tragici di certi anni, del terrorismo e della malattia del padre si libera nella risata che suscita il sindaco imbarazzato più degli sposi, al matrimonio in Comune) e che le ha messo appresso la mestizia e poi l’umanità.

E’ il racconto di vite passate, detto a vite che stanno accadendo, adesso. Ed è spesso insostenibile, semplicemente troppo.