Così, a 85 anni, se n’è andato un pezzo del famoso design italiano, Vico Magistretti.
La cosa in se – senza nulla togliere alla persona e all’artista, ma anzi, aggiungedovi qualcosa – definisce sempre meglio quanto il famoso design italiano viva di rendita sull’opera e il pensiero di un manipolo di geniali progettisti e da soprattutto la misura di quanto cannibalismo mediatico se ne faccia al riguardo.
Magistretti, come i fratelli Castiglioni, come Scarpa e altri ancora in vita, sono il design italiano: l’hanno inventato e l’hanno fatto crescere quando il design ancora non esisteva, o quando era difficile comprenderlo come qualcosa di diverso e distinto dall’artigianalità, e quindi dal prodotto in sé.
L’invenzione e la conseguente capitalizzazione che sull’immagine s’è edificata – a volte con la complicità, a volte all’insaputa dei suoi stessi autori – è stata giocata fra i due poli neanche estremi: comprato il prodotto di design italiano, si comprava l’oggetto e il suo autore, e questa personalizzazione della creazione è stata invenzione o intuizione mica di poco conto. A ben vedere ha prefigurato ciò che adesso è un dato scontato: dato, appunto, e mai questionato, e cioé che l’oggetto (o l’abito, o la casa, fino all’aereoporto) han senso e valore perché c’è l’orma del genio impressa, perché il valore della cosa non sta nella cosa stessa (non solo), ma nel concetto e nella presunzione di qualità che questa significa.
Si compra l’oggetto e il profumo intellettuale del suo ideatore assieme, e la sedia finisce in catalogo con quell’attributo “disegnata da/designed by” che non viene mai trascurato.
Se l’origine del design è fortemente radicata nell’artigianato, da questo si è distinto quando ha deciso che la paternità dell’opera non era cosa per niente subalterna all’opera stessa. Un po’ come quando i pittori nel Rinascimento iniziarono a ritrarsi in qualche personaggio d’un dipinto corale, per finire poco alla volta a metterci una sigla e poi una firma.
La parobola della presa di coscienza del creatore – del piccolo dio che ha il potere di forgiare dalla materia materia nuova e diversa – giunge ai giorni nostri e al loro parossismo cacofonico. Avete mai fatto un giro al Salone del Mobile di Milano? Per dare un’idea dell’importanza mediatica dell’evento, basta dire che “Salone” – senza specificare di che e di che cosa – significa implicitamente “del Mobile”. Non c’è bisogno di dirlo, tanto di quello si parla.
“Un giorno al Salone” potrebbe essere un film che illustra l’impossibilità dell’uomo moderno di compiere un’esperienza conclusa, specie quando si tratta di design. Da una giornata tipo al Salone se ne esce con due sentimenti opposti, ma neanche tanto: l’ammirazione per l’apparentemente infinita creatività umana, e la sana disperazione per l’immane quantità di cose e cosupole e oggetti e oggettini che oggi si producono. Uno ne può uscire straziato, annichilito nell’anima e nella sua capacità espressiva. Sai cosa pensi? Che è già stato inventato tutto e che tu e le tue ubbie da creatore potete mettervi l’animo in pace. Il creatore oggi è qualcuno abile a scovare la cosa meno conosciuta alla massa, oppure il cammuffatore: quello che mette un abito nuovo (apparentemente) ad un corpo vecchio.
E la conclusione del pezzullo è antipatica e poco democratica: che il nemico è la massa, è la facilità di accesso alla produzione e alla creazione. E’ una constatazione, suvvia, non è un pensiero nostalgico e reazionario. Anche perché conduce tosto tosto ad una considerazione ancora più antipatica: che fare il cavaliere del design – negli anni d’oro del design – non era poi così difficile: quanti cavalieri c’erano? Pochi. Un Salone di quegli anni potevi realisticamente pensare di vederlo in un giorno. Ora tre non bastano e alla fine non l’hai visto tutto. La massa non è un male di per se, ma non ama per niente l’individuo: ne esalta alcuni (le star) e fa faticare gli altri. Galleggia sul mare cospicuo della capacità di spesa (oggi, è innegabile, i consumatori sono molti di più che ai tempi dei Castiglioni), ma ti obbliga ad inseguire le voglie e le stravaganze dell’individuo, del consumatore: che spesso non ami e di cui non ti interessa niente.
Pensateci: la cosa più disumana del commercio non è il voler vendere il superfluo, ma il constringere il venditore a frequentare individui che non gli interessano se non per i soldi che hanno. E non è un’apologia del consumismo.
Oggi parliamo di un cavaliere di un’apocalisse pacifica – che non faceva danno e che glorificava i suoi arcangeli guerrieri – che se n’è andato.


