Siccome il lavoro è un diritto, ma i diritti stan sulla carta e non ce n’è mai per tutti, l’idea è quella di inventarne di nuovi di lavori, e di rincantucciarsi dentro, per poi difenderli. Non si è mica più solo designer: si è “sound designer”, “light designer” e “qualsiasispecializzazionetipassiperlacapa designer”.
Gli esperti ti svelano con un fil di voce, come se ti confessassero l’incomunicabile, che la musichetta che ascolti mentre spingi il carrello della spesa non se ne sta lì per un caso, ma è stata selezionata con cura per solleticare quei tuoi specifici ricettori che ti fanno aprire più serenamente il portafogli. E’ una musica funzionale a metterti nello stato d’animo più idoneo all’acquisto: sarà il buonumore, sarà la spensieratezza che la canzonetta giusta ti danno e che ti fan credere che i soldi non bastan mai, ma almeno oggi bastano, e caccia anche quell’altro cosuccia nel carrello.
E’ una musica che stimola il consumatore in quell’area di corteccia cerebrale in cui non risiede il bisogno: quella è sclerotizzata e non la smuovi più, quella non interessa più a nessuno perché di bisogni innati, aprioristici, non c’è ne più nessuno, salvo quello della fame.
Kenny G, il sassofonista fusion americano più da strapazzo che esista, controlla il racket delle musiche rilassanti o pseudotali. E’ così accondiscente e soft che scompare: almeno all’orecchio di chi considera la musica una tappezzeria che si sente invece che vederla: una cosa che guardi senza vedere, che senti senza ascoltare. Kenny G impera nei ristoranti gestiti da chi non capisce niente di musica, ma pensa purtuttavia che la musica sia un’esperienza inscindibile dal cibo. Kenny G suona soave e fastidioso in tutte le hall degli hotel in cui la musica deve esserci, ma deve essere neutrale. Perché Kenny G è elegante rispetto all’idea che la diseducazione musicale ha dell’eleganza, e poi si fonde e confonde con il chiacchericcio e il rumore di fondo, e non lo bada più nessuno.
Kenny G mi è giunto all’orecchio anche alle terme, quei luoghi rinati a fasti gloriosi negli ultimi anni, e tutto sommato non c’è da meravigliarsene. Qui la sua musica dovrebbe invece rallentare il battito cardiaco, indurre alla meditazione, elevare. Ma è un po’ troppo per Kenny G. E’ un po’ troppo per il mio orecchio musicalmente sofisticato, che l’ascolta quella melassa, e si innervosisce sulla dura panca della sauna finlandese, a 90° e al 30% d’umidità. Inizio a seguire quei sussulti sassofonistici, quelle malefiche reinterpretazioni di standard che era meglio lasciar là così – che stavan benissimo – e comincio seriamente a pensare che è meglio il silenzio, il grado zero del rumore, l’assenza di suono. I music designer – perché ce n’è uno che ha scelto Kenny G o qualche altra roba del genere, c’è sempre qualcuno che ha pensato che fosse la cosa più giusta – devono giustificare la loro esistenza (pure quelli mediocri, soprattutto quelli) e lo fanno insinuando l’idea che nel bagno turco non basta sentire il vapore acqueo, ma bisogna commentarlo con qualche nota. Buon per chi interpreta queste note come musica e le mette in un cantuccio e non ci pensa più. Io guardo il soffitto nella sauna e Kenny mi distrae, Kenny non c’entra, Kenny mi irrita. Kenny mi sta facendo odiare la musica, le terme e l’idea che ci sia qualcuno che sceglie la musica per me, e me la impone, L’aspetto democratico e rivoluzionario del design – quello vero – è che si appella comunque al libero arbitrio del consumatore: che sceglie, di comprare o meno.
Al supermercato, nel negozio, nella sauna non scelgo: subisco.


