Dimenticare HCB.

Quando oggi ho letto che a Milano c’è l’ennesima mostra su Henri Cartier-Bresson ho pensato che di Henri Cartier-Bresson non se ne può più. Ma l’ho pensato con amore, che vi credete?
Poi ho iniziato a leggere “Henri Cartier-Bresson: Biografia di uno sguardo” di Pierre Assouline. Sono un tipo coerente, io.

Perché in effetti è delle foto di HCB che non se ne può più, mentre di lui, dell’uomo che ha smesso di fotografare decenni prima della sua morte giunta nel 2004 per ritornare al suo antico amore, la pittura, di lui non se ne sa poi molto.
Assouline, scrittore e giornalista, si mette in testa di conoscerlo e ne conquista la fiducia, tanto da diventarne amico nell’ultimo periodo della sua vita. Da lui si fa raccontare della sua vita e poco parlano delle sue foto: quelle le conoscono tutti e azzardo l’ipotesi che lui per primo non ne potesse più. Uno che viaggia incessantemente si evolve con altrettanta energia ed è poco sofferente al farsi riconoscere ed identificare per “quello che ha scattato quella foto”. “Quella foto” è ormai qualcosa di distante e diverso da ciò che è oggi HCB, esattamente come un figlio è diverso dal padre. Sorrido soddisfatto perché questa intuizione mi è confermata dopo poche pagine da Assouline stesso: delle sue foto in casa non se ne vede una, anzi: di foto ce ne sono proprio poche, e non sono nemmeno sue. Ce ne sono due: una di Martin Munkacsi e una di Augustin Casasola. Le sue foto non ha bisogno di vedersele ogni giorno mentre dipinge o legge un libro, proprio come un padre non ha bisogno di richiamare alla mente costantemente il nome dei propri figli: già li sa, sarebbe come istruire le gambe a mettere un piede dopo l’altro per camminare. Già sanno loro, da sole, come si fa.
Picasso diceva “Faccio quello che non so fare, per imparare a farlo” che era un modo per dire “Sai fare una cosa? Fanne un’altra“. L’artista, la creatura che non pone filtri fra se e il mondo e dice se stesso all’uomo, deve raccontare sempre una storia nuova. Riuscite a immaginare qualcosa di più patetico di un artista che rifà se stesso? Il manierismo è la negazione dell’arte, è la sua imbalsamazione. HCB era un artista e, come tale, mal avrebbe sopportato di rinunciare allo spirito creatore che è la curiosità: andare in luoghi nuovi, esplorare, chiedersi cose, avere dubbi. Grattare la superficie delle cose.
Oggi non si espone HCB: non è corretto nei suoi confronti. Si espongono le sue foto, cose che fece decenni addietro e che guardò (se mai le riguardò) fino alla morte con un occhio affettuoso e paterno, ma intendendole come significative di un’altra persona, di un altro HCB.

Il fotografo non viene mai nelle foto: mette il proprio occhio nella testa di chi quell’occhio felice non l’ha. Dice cose che le bocche comuni non sanno pronunciare.
Assouline chiede a HCB quando ha scattato l’ultima foto e si sente rispondere “Ebbene, ne ho appena fatta una a lei, ma senza macchina … è venuta bene ugualmente… la stanghetta degli occhiali perfettamente parallela alla parte superiore del quadro dietro di lei, è sorprendente“.
L’ultima foto di HCB è una foto che nessuno, tranne lui, ha potuto vedere e mai vedrà: è un attimo che resta nella memoria, un’impressione della corteccia cerebrale. Non la si può vedere, ma la si può immaginare.
Dei libri si dice che ti fan vivere molte vite: quelle dei loro personaggi. E non è poco, per niente.
Dell’arte si potrebbe dire che ti fa immaginare: ed è ancora di più, se ci pensate bene.