Un trattato di sociologia in sei lettere.

Mi ero sbagliato.
L‘osceno logo “IT” non è un logo, è un trattato di sociologia, è un atto di denuncia, è una manifestazione di disagio. Lo puoi affrontare da più punti di vista: grafico (un macello), sociologico (un gioiello di comunicazione – temo involontario), tipografico (un monumento all’indecisione), semantico (Italia paese dei peperoni – verdi).

Intanto: lo disegna un’agenzia americana, con sede a Milano, ma pur sempre americana. E’ interessante perché ciò che presumibilmente produce non è un logo “espressione dell’italianità”, ma piuttosto “un logo che è il concetto dell’italianità vista con occhi americani”. Comunque la si veda, un accrocchio informe e disgustoso. Ma è come ci vedono ragazzi, e c’è di che preoccuparsi.
Graficamente discorrendo rimando all’ottimo pezzo di designerblog, che demolisce semantica, tipografia ecc. ecc. Aggiungo una notula a margine: ho isolato almeno due dei caratteri utilizzati dai creatori di cotanta ignominia: la “i” di italia (minuscola) è una variante del Bodoni, le due “a” sono con buona certezza dei tipi “avantgarde“. Passi il glorioso Bodoni disegnato nel 17° secolo dall’omonimo Gianbattista, ma l’Avantgarde – non vorremmo essere sciovinisti – è di Tom Carnase. Di tutto il set di caratteri ha avuto la meglio la “a” minuscola, che è anche quella con disegno più infelice di una famiglia per molti versi ispirata al glorioso Futura di Paul Renner . Anche la variante del Bodoni, ad essere proprio pignoli, potrebbe essere quella di Morris Fuller Benton, creatore, per altro, del notevolissimo Alternate Gothic. Un altro straniero.
Ma pensate a quante cose si imparano da sei lettere messe in fila a dire “italia”. Si impara, per esempio, che i caratteri tipografici li sapevamo disegnare suppergiù fino alla fine del ‘700.
Eppure l’aspetto più interessante e triste della vicenda è che questo logo condensa e sublima tutto un più ampio discorso sullo stato dell’Italia e degli italiani nel 2007. Una cosa che neanche un De Rita ispirato avrebbe saputo far meglio. Una spremuta concentrata di sociologia.
C’è tutta la crisi di un paese che non sa nemmeno vedersi allo specchio e dire che ci vede riflesso, e allora chiede all’americano di dirglielo e quello gli risponde “C’hai le tradizioni, c’hai la fantasia. Ma soprattutto c’hai un casino in testa e attorno che nemmeno te lo immagini“. L’americano te lo dice infilando in sei lettere sei almeno 3 caratteri tipografici diversi (il caos cosmico prende corpo e turbina inquietante) e poi, a sfregio, ci infila una “t” verde che dice “che ci sto a fare io qui?” e fa quasi tenerezza in questa sua somiglianza con un peperone verde con la gobba. Un peperone che qualsiasi norma cee avrebbe destinato al macero. E invece, rivincita dello sgorbio e dell’informe, troneggia perentorio come la “T” di “troneggiare”, appunto, a rivendicare il diritto ad esistere del brutto.
Perché c’è il brutto, esiste ed è palpitante, sconvolgente, travolgente, e l’Italia ne trabocca, fino a vomitarne fuori un rigurgito a forma di “T” verde, d’un verde acido e offensivo.
E’ l’Italia confusa e disorientata del 2007, e sta tutta in sei lettere che dicono sottovoce “Mi chiamo Italia, ma non mi ricordo chi sono“.