L’informazione sussurrata.

Improvvisamente ho realizzato questa cosa: che la cultura dell’informazione – che è la nostra cultura, ormai – è bilanciata (e sbilanciata) dalla responsabilità. O da un perverso connubio e contrasto fra l’irresponsabilità di chi quella cultura produce e chi ne fruisce. Cioè io e te, lettore.Per “responsabilità” intendo che essere informati è facile oggi: l’informazione ti raggiunge e ti aggredisce, quasi. Il problema non è più trovarla, ma filtrarla. Ci pensavo riflettendo a tutte quelle mostre che so che ci sono, e so parimenti che non riuscirò a vedere, o a quel libro e quel film di cui tutti parlano. Non avrò mai tempo per leggerli e vederli, e forse non mi interessa nemmeno. La responsabilità è la versione laica del senso di colpa, pur con qualche variante: sai che una cosa c’è, accade. Ne sei stato informato e hai un senso di ormai nevrotica gratitudine verso chi t’ha partecipato della cosa, perché assieme al dirtelo t’ha detto pure “Non puoi non esserci, non puoi non sapere”. Non mi nascondo dietro un dito: mi dispiace e ci soffro nel non poter essere spesso – molto spesso – della partita: soffro nel non poter rispondere adeguatamente a chi mi informa. Che spesso, però, di me si cura poco. Non so che senso abbiano gli esperti della comunicazione del loro lettore, dell’orecchio a cui parlano. Ho il sospetto che spesso si illudano che questi ci sia e sia lì in devoto ascolto. Spesso rispondono a logiche di mercato: alla necessità della copertura mediatica e cose del genere.
Penso alle ospitate televisive in cui l’attore, fra un trenino e una litigata pilotata con lo Sgarbi di turno, getta lì un “E andate a vedere il mio film”. Sono comprimari e vittime essi stessi di un meccanismo di cui si è perso il controllo, che coinvolge e sovrasta tutti, o molti.
Per dare una dimensione più silenziosa e definita alla cosa, penso anche a come scelgo i libri che leggo. Raramente perché ne ho letto sulla stampa. Mai i successi di stagione. Leggo sempre autori vecchi o morti. Libri che hanno almeno 10 anni, salvo eccezioni. Il tempo è l’alleato del lettore, perché il tempo condanna all’oblio o esalta alla gloria durevole. Il tempo e i consigli velati e allusi di altri scrittori e di altre menti m’hanno sempre condotto a scegliere un libro piuttosto che un altro. Giacché l’informazione e l’importanza se ne escono meglio quando esiste un rapporto fra chi fa e chi legge: quando questo rapporto è commerciale c’è sempre diffidenza, mentre se è puro e disilluso avviene una particolare alchimia che è silenziosa, ma durevole. E’ un informazione sussurrata, quasi esoterica, che indica lievemente una strada, ma non invita insistentemente a percorrerla. E’ una strada che inizia quando, nella vita di ognuno, leggere diventa un’occupazione impegnativa e consapevole e si impara a dedicarvi tempo in funzione della fiducia e del rapporto che si ha con un autore.
Io gli scrittori che scelgo di leggere li considero amici da cui accetto consigli. Loro non mi cingono le spalle e mi dicono ciò che devo fare e dove devo andare. Non mi giudicano: mi suggeriscono.
Sono amici, e gli altri son contabili.

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