Dino Gavina si è spento ieri, a 85 anni. “Spento” è il verbo giusto, perché Dino Gavina ha bruciato come un fuoco d’artificio lungo tutta la sua lunga vita, tanto appassionata e ripiegata e spiegata nel suo lavoro, da esserne inscindibile.
Un fuoco che potevi fissare per poco tempo e poi dovevi stropicciarti gli occhi per dargli tregua.
Mi citerò, ma mi perdonerete, sapete che indulgo più all’ironia che alla autoindulgenza:
Il suo biglietto da visita dice “Dino Gavina: Sovversivo”. Non c’è indirizzo, numero di telefono, niente. Dino Gavina non ha niente da nascondere, e non omette certi suoi dati per spocchia o per timore di rivelarsi. Anzi: una ammissione più esplicita di quel “sovversivo” è difficile immaginarla. Eppure lui è un sovversivo di un genere più sottile e sfuggente: è un sovversivo dell’intelligenza, non dello stato costituito. Lui sovverte le categorie di pensiero, non le istituzioni. Lui utilizza l’ironia e il controsenso non per produrre una forza opposta, ma per creare un senso nuovo delle cose. Compie il passo logico e mentale, si gira a guardare l’effetto che fa, sorride e guarda avanti, a cercare qualche altra cosa da smontare e rimontare con un senso non inverso, ma semplicemente diverso. Perché i significati delle cose sono infiniti, e lui si annoia a vedere quelli che tutti vedono, ne cerca altri, perché sa che ci sono. E poi te li mostra, come un giocattolo divertente di cui ha capito il funzionamento.
Il ragionamento sovversivo è quello che ha senso sia in un verso che nell’altro: è significativo anche quando è sovvertito. E se non ce l’ha non è un buon ragionamento, e basta.
Quando Gavina non sovverte raccontandoti di Scarpa o di Castiglioni, lo fa silenziosamente: si siede e comincia a scrutare chi gli sta attorno. E’ curioso. Guarda uno e poi un altro, e li veste di un colore diverso. Lo fa in silenzio, magari seduto come un bambino in riva al Po, guardando un po’ l’acqua, un po’ l’erba, un po’ la faccia che ha detto quella cosa. Cosa ha detto? Non importa. Quella faccia mi ha fatto venire in mente che se invece…. se provassi… Sarebbe meglio. Il mondo migliore è sempre quello immaginato, trasformato: sovvertito.
Schietto e diretto e bonario come solo i bolognesi sanno essere, Gavina sapeva essere sornione e brutale, brutalmente sornione. Diceva la verità, sempre la verità, e la ripeteva con una pazienza didattica e messianica incrollabile: diceva che Achille Castiglioni si era ingiustamente appropriato dell’eredità del suo ben più talentuoso fratello Pier Giacomo (usava forse qualche espressione più colorita, ma, almeno in questo dolente momento preferirei essere – come dire – ellittico), diceva che la Grand Comfort era la dimostrazione di quanto Le Corbusier non ci capisse niente di industrial design, aveva solo parole di stima per Carlo Scarpa e ritornava sempre, affettuoso, su Pier Giacomo Castiglioni. Pensavo a quel Castiglioni, quando ne parlava, come ad un suo fratello minore. Come se Achille, agli occhi di Gavina, avesse tradito la memoria del fratello di Gavina e non del suo stesso fratello. Perché Gavina metteva nel mestiere la passione che ci mette un padre a difendere un figlio: era viscerale, nel bene e nel male.
Era anche adorabilmente ripetitivo: a 85 anni aveva più rabbia genuina e creatrice di un adolescente, e la stessa passione di un vecchio saggio nel raccontare storie, nell’indugiare nel “Mi ricordo di quella volta“. E quella volta magari te l’aveva già raccontata altre volte, già la sapevi, ma comunque stavi ad ascoltare rapito il suono della voce, la sua cadenza, la convinzione di quelle parole.
Era un uomo che aveva costruito la propria vita e il proprio mestiere su dei ponderosi pilastri: c’aveva girato attorno per decenni, li aveva solidificati, li aveva anche derisi spesso (l’ironia e la sovversione dell’ordine costituito non sono solo atti di ribellione, ma verifiche di resistenza del reale). Sottoponeva ogni cosa e persona a sollecitazione perché voleva saggiarne la reazione: per questo non era indifferente, perché ti metteva spesso a disagio, perché ti sbatteva in faccia la verità.
Ti metteva a disagio perché quei suoi occhi eran dei promemoria: ti ci vedevi riflesso e vedevi tutto quello che avresti potuto e dovuto essere, e certa pigrizia ti aveva subdolamente evitato di essere. Temevi l’ennesima filippica contro Achille Castiglioni, ma in verità temevi quella voce che ti ricordava che a 85 anni si può avere lo sguardo spregiudicato di un 15enne. E Gavina ce l’aveva e sapeva parlare più ai giovani che agli adulti: amava le menti fresche e fertili, anche dissacranti e ribelli, piuttosto che l’ordine imposto e mortale dell’età adulta, che è spesso solo mortifera. E i giovani l’amavano e lui ricambiava. Ultimamente mi ripeteva spesso “Lo conoscerò prima o poi il tuo bimbo” ed è la prima cosa che m’è venuta in mente quando ho saputo che era morto. Che mio figlio non avrebbe visto coi suoi occhi quegli occhi così simili ai suoi: curiosi e impertinenti.
Avreste dovuto incrociare il suo sguardo: mai fermo, mai sazio, forse solo un po’ stanco negli ultimi mesi, quando comunque non si risparmiava ad agende che avrebbero annientato un ventenne. Erano occhi consapevoli, coraggiosi, spavaldi: colmi di verità, di curiosità.
Erano gli stessi occhi, ne son certo, su cui si son chiuse quelle palpebre qualche sera fa, per non riaprirsi più: gli occhi che han riposato infine su quelle parole che Seneca amava far dire al suo saggio: Ho vissuto. E ho detto la mia verità, umilmente aggiungo.
Ciao Dino.



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One Comment so far. Leave a comment below.…anch’io volevo scriver un pensiero ma al momento in cui seppi della scomparsa, (era fine maggio..) non mi fu possibile e mi rattristò molto di non averw potuto testimoniare la mia gratitudine a questa persona meravigliosa
ora che ci penso sarà stato un po’ più di 20 anni fa che Dino Gavina fece una conferenza alla Sapienza di Roma e gli chiesi se potevo andare a vedere da vicino il suo “Paradiso Terrestre”; fu lo stesso anno che lessi “Ulisse” di James Joyce e che scopri Man Ray e tutto il mondo che girava attorno al personnagio Gavina.
Ebbi la fortuna di vivere un’esperienza unica per un giovane designer ignorante di tutto e mi sembrai, arrivando in questa fabbrica di Calcinelli di Saltara di entrare in una specie tempio… vi rimasi l’estate 85 immerso nell’ufficio tecnico diretto da Athos Gavina, impregnandomi dai “profumi” della lacca poliestere e sfogliando i bellisimi disegni di cui volevevo scoprire i segreti. Alla fine mi regalai (allora era l’accordo perché non poteva pagarmi) delle sedie pieghevoli in metallo e in legno fatte talmente che penso di regalarle al mio figlio quando metterà su casa fra un quindicina d’anni…
Da questo incontro in poi e anche da altri durante i Saloni a Milano conservo di Dino Gavina un ricordo di grande dolcezza, quando lui diceva che bisognava allenarsi ad aprire il proprio cuore. Me lo ricordo anche cacciando a pedate nel sedere un signore americano che era venuto in fabbrica per visitarlo (mi sembra che oddiava a morte la faccenda di cessione alla Knoll della collezione disegnata fa Breuer).
Lo incontrai ultimamente al Salone 2006 allo showroom Castelli/Haworth e gli rinnovai un grande grazie per avermi insegnato a rimanere sempre curioso e vitale.
Tuttora a volte alcune sue parole mi ritornano in mente e mi metto a pensare che era proprio unico…
Grazie lei e tanti saluti ovunque tu sia
Philippe Casens