E’ vero: è troppo facile tirare per i fondelli Matthew Barney e Joseph Beuys per le loro installazioni alla Fondazione Guggenheim di Venezia.
Finisci a fare la figura del provinciale.
Quando si parla d’arte bisognerebbe star zitti prima che altro, e non è un esercizio semplice.
Vi è invece un aspetto della questione molto più funzionale ed oggettivo, su cui il becco ce lo puoi mettere eccome.
Per far spazio ai due nostri (alloggiati nelle sale storiche di Palazzo Venier dei Leoni), la collezione storica è stata traslocata in buona parte negli annessi dalla parte opposta del giardino che da alcuni anni sono stati incorporati dalla Fondazione e adibiti ad ulteriori spazi museali e a cafeteria.
Il problema è che Venezia è un monolite storico inscalfibile: è fatta così e non ci puoi far molto, quindi se sei una fondazione d’arte assetata di spazi ti accontenti di quello che c’è: compri ciò che hai vicino, e quello che trovi sono case, stanze, edifici che puoi sistemare un po’ come viene, perché non ti ci faranno mai fare chissachè. Non avevo mai realizzato quanto piccola fosse la Fondazione Guggenheim di Venezia, ma se un merito Barney e Beuys ce l’hanno è quello di essere riusciti ad evidenziarlo con una tattica in due fasi: far sloggiare Pollock, Magritte, Picasso, Vedova, Kandinski e compagnia bella nelle “nuove” sale, e poi occupare i loro spazi.
Mentre guardavo questa strana roba che chiamano installazione perché un nome migliore non si trova, pensavo insistentemente che a) non capisco che mi volete dire ragazzi (ma è un mio problema); b) mamma mia che piccoli ‘sti spazi (ed è un problema del Guggenheim, non mio).
L’arte ha bisogno di spazi, come sa anche il più stolido assessore alla cultura, e il Guggenheim di Venezia va bene per esporre poche cose, ma non di certo Barney e Beuys (disegni esclusi, s’intende), né tantomeno alla collezione permanente alloggiata in quella che definirò amabilmente “foresteria” è resa giustizia. D’accordo: hai della roba da far tremare le vene ai polsi, ma in questo il provinciale diventi tu: mostrarmela TUTTA e in forma costipata, ammazza anche il miglior Pollock. Già: Pollock. Pollock è già difficilmente digeribile in dose singola: in dose quadrupla o quintupla è MORTALE. E se la dose è somministrata in una sala grande come il soggiorno del Grande Puffo, il problema si amplifica.
Son quadri meravigliosi, ma ci mettono poco a diventare odiosi se li devi guardare con altri visitatori che ti alitano alle spalle, e se poi tutta sta roba si sovrappone in una cacofonia visiva ingestibile.
Less is more, e ve lo scrivo in inglese perché dovreste capirlo bene. Non so se frequentare Venezia vi abbia corrotto a tal punto da farvi dimenticare la lezione fondamentale dell’arte espositiva (che è “esporre”, appunto, non aggredire il visitatore con la propria potenza di fuoco). So che, saranno Barney o Beuys, sarà il caldo che fa, l’unica semantica gradevole in tutta la visita era quella che diceva “USCITA”.
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