Turbato da un presentimento.

Per ogni piega della vita di ognuno di noi, c’è una canzone di Elio e le storie tese che la veste di musica. Anni fa scrissero della vecchia Fiat 500, e furono premonitori, come dei poeti, perché i poeti servono nelle carestie, più che il pane.
Cantavano di un turbamento e di un presentimento: era il presentimento di “500 cassa integrazioni, 500 bei milioni, 500 voti alle elezioni”. La canzone – i versi, meglio – mi son tornati alla mente oggi, mentre ciondolavo per la piazza a bordo della mia ecologica bicicletta. Faceva caldo, la piazza era dechirichiana, invasa di luce abbacinante. Su quel palcoscenico che è ogni piazza italiana mi è apparsa lei: la Nuova Fiat 500. E sono rimasto turbato da un presentimento.
Vista in tivvì la suddetta non m’aveva eccitato, e vista dal vivo l’effetto è pure peggio. Il presentimento prendeva forza dalle celebrazioni che da qualche giorno vengono amplificate dalla tivvì: che è stata presentata la nuova 500 lo sanno ormai anche i sassi, e, se non bastava, uno sciò da 12 milioni di euro l’ha sottolineato sere fa a Torino. Poi l’ha sottolineato Renzo Arbore a Sky TG ieri, e tutti gli altri che della vecchia 500 – la vera 500 – ricordano gli amplessi in camporella e il riscatto sociale (il riscatto sociale è, col senno del poi, essersi potuti permettere una macchina, e poco importa che poteva stare nel bagagliaio dell’auto del capo). Il presentimento era la dipendenza continuamente e insistentemente sottolineata (si chiamava diktat, anni fa) fra lo stile della progenitrice e della Nuova: il tratto è lo stesso, nel caso qualche gonzo non se ne fosse accorto.
Non sono così ingenuo da pensare che il mio presentimento possa vaticinare una vita travagliata della Novella 500 (questo è marketing! Ribatezzate Novella 2000 in “Novella 500″!): ne venderanno più del pane, questo è sicuro.
Eppure vista dal vivo la piccoletta non ha granchè di eccitante: è un trabiccolo mediamente ben disegnato, con molta plasticaccia dentro, con un muso da vecchia 500 e un retro da nuova Mini. Un’incrocio storico/stilistico per certi versi affascinante, ma a cose del genere – ve lo dico – mi eccito io e pochi altri.
Ho ripensato al mio professore di Design Industriale all’università: Giuseppe Mincolelli. Un giorno a lezione ci mostrò la vecchia Vespa e poi la nuova Vespa e ci chiese che differenza trovavamo fra le due. “Poca cosa” bofonchiò qualcuno. Sembravano la stessa cosa, solo che la seconda aveva un’allure appena più moderna. “Invece c’è una differenza sostanziale: la prima è rivoluzionaria. La seconda non ha niente di innovativo e moderno, sebbene venga qualche decennio dopo. La vecchia Vespa aveva un telaio scatolare, anzi: la carrozzeria era il telaio. Nella nuova la carrozzeria riveste un telaio”.
Il genio del design sta in questo: che la forma è anche la sostanza, e che la forma, per contro, non è il vestito della sostanza.
Il presentimento è che la Nuova 500 è la forma della vecchia (non ha la forma, non solo almeno), ma che non riveste il significato di rinascita sociale e di riscatto post-bellico che la progenitrice aveva. Forse perché non abbiamo niente da riscattare, forse perché ci eccita solo pensare al glorioso passato – che è glorioso nella luce del ricordo.
Il popolo italiano è un popolo di ruminanti: mangiamo e mastichiamo. Mastichiamo la 500 da 50 anni, e pensiamo che il bolo che ci passiamo dalla mascella destra a quella sinistra conservi qualche sapore di quanto stava nel piatto. Dimentichiamo e pensiamo che guardare nostalgicamente al passato sia un processo che filosoficamente e storiologicamente non fa una piega. Non è l’atteggiamento del passato che deve essere rivitalizzato: è la forma del ricordo. Non è il telaio scatolare: è la forma della Vespa. Non è la prima vera microautomibile: è il faro rotondo, è il culetto cicciotto e ammiccante.
Ma essere dei ruminanti significa masticare sempre la stessa sbobba: finisci a pensare che sia la meglio che c’è. E la risputi fuori e le dai una forma che assomiglia a quella di prima, alla forma originale. Ruminiamo e la cosa ci assorbe così tante energie psichiche che finiamo a pensare che non è più tempo per la rivoluzione, che la conservazione è l’aspirazione suprema. Ruminiamo e rimuoviamo: la 500 a scatoletta che uscì anni orsono gode in questi giorni dello stesso colpevole oblio che godrebbe un acido nella carriera politica di Gianfranco Fini: parlarne non è cosa.
La rivoluzione dell’automobile è una sola: vederle scomparire. Ci penso ogni volta che mi affianca un SUV: 2000 kg di macchina per trasportare un singolo stronzo (o stronza – questa è la parità dei sessi, baby) che ne pesa 80. O 100, o 140: in questo caso il sovrappeso sarebbe un’attenuante. La bici è rivoluzionaria: 15 kg per trasportarne 70-80. Andare a piedi è rivoluzionario. Un’automobile alimentata a zanzare e che restituisce un gradevole aroma di patchouli è rivoluzionaria.
Un’auto piccoletta che brucia benzina e produce puzza e inquinamento non è rivoluzionaria: è fuori dal tempo.
E’ nostalgica.
E la nostalgia non è nemmeno un sentimento romantico, nemmeno in termini letterari. E’ quella forza oscura che ti gira la testa indietro, e non ti fa mai diventare un po’ più adulto, un po’ diverso. Magari migliore.

One Comment

  1. da quando non hai più la Saab non sei più lo stesso…