Koolhaas, la lucidatrice di Guadalupe e i vibratori di vetro alti 30 piani.

Beh, non amo le riviste di architettura, non ci vuol poi molto a dirlo. Ne ho quel rapporto che vien fuori mescolando la boriosa saccenteria che ti sputano addosso e la vacuità di molti loro contenuti. Se di una rivista d’architettura finisci per leggere solo i redazionali (e cioè delle forme addomesticate di pubblicità, addomesticate tanto da sembrare dei brevi articoli, quelli che stanno nella categoria del “Le aziende informano”) significa che qualcosa non funziona. Significa che della rivista in se non te ne fai punto. E il difetto maggiore – me ne rendevo conto NON comprandole – è che non si capisce mai che ti voglian dire e a cosa servono. Pubblicano un’architettura interessante e la illustrano con foto miserrime, ma con testi esondanti. Parlan di pallose dispute fra teorici incarogniti e sembra che il centro gravitazionale terrestre stia tutto lì. Alla fine non ci trovi mai quel che cerchi. Dettagli tecnici? No. Le riviste italiane sono quanto di più distante si possa immaginare. L’architettura è puro pensiero – vanno affermando incontrastate – e pare che costruire cose e case sia quasi un accidente, perché dirti come e perché una casa sta in piedi non è cosa.

(Voglio battere il record dell’introduzione più lunga, ma sto arrivando al quid).

Il quid, siori e siore, è che, finalmente, una rivista che sommamente mi sembrava illeggibile ha avuto il coraggio di pigliare una china azzardata e perigliosa, e vagamente psicotropa: il nuova Abitare risponde ad un preciso progetto delirante, ma un progetto ce l’ha, eccome.
Delirante perché sceglie la terza via: fra l’affrontare l’Architettura per lo sguincio teorico (cosa che riesce a fare egregiamente Casabella, configurandosi come una delle letture più stremanti del mondo) oppure quello tecnico (per quello c’è la tedesca Detail, e provate a fare qualcosa di meglio – beh, Arketipo non è malaccio), il Nuovo Abitare sposa l’approccio leggero, ironico, spiazzante. Parla della Maison di Koolhaas a Bordeaux, ma attraverso la giornata tipo della governate della casa, che rassetta e spolvera. E la cosa straordinaria è che comunica: capisci cosa e come funziona una celebre e celebrata architettura, perché è messa alla prova: di stracci e scopone. Test più massacrante non si poteva immaginare. La celebrazione diventa anche critica implacabile, perché a pronunciarla non è un compiacente critico, ma la temibile governante Guadalupe.

Ma il meglio deve ancora arrivare: allegato trovate The Reader: una selezione del meglio dell’architettura, design e arti visive dalla stampa internazionale. E a pagina 9 c’è una lettera della scrittrice coreana/americana Annie Choi dal delicato titolo “Cari architetti: sono stufa della vostra merda“.
La forza rivelatrice e dirompente di queste sue ironiche, ma vere, parole è talmente esaltante da aver condotto il qui scrivente in uno stato catatonico/euforico/isterico. Talmente pronunciato che s’è deciso di impiegare cotanto scritto quale manifesto programmatico involontario dell’architetto moderno, ossia: ciò che l’architetto contemporaneo è diventato senza accorgersene, e suo malgrado, anzi: mettendoci molto di suo, fino alla sua ultima incarnazione: un essere lamentoso, palloso, che si prende troppo sul serio e che scrive riviste mortifere.

Ebbene: un manifesto merita d’essere commentato e precisato e glossato.
C’è un po’ di carne al fuoco per i prossimi post.

Ho amici che conoscono altri architetti che a loro volta conoscono veri architetti che fanno vera architetture, tipo condomini di lusso che sembrano vibratori di vetro.

Comments

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  1. Miki,

    Stiamo parlando di quell’editoria italiana incapace di darsi una sveglia, giusto? vedi ad esempio http://treviso.typepad.com/se_una_notte_dinverno_un_/2007/09/la-navicella-sp.html
    In questo panorama gli architetti non brillano certo per capacità innovativa, e come potrebbero? e come possiamo essere contenti che un Abitare qualunque ripubblichi la lettera della Choi con due mesi di ritardo, quando nel mondo, cioè sull’Internet, il dibattito che questa lettera ha generato si è ramificato a tal punto da nono poter più essere racchiuso in nessun formato cartaceo? Che brividi, la Choi dice cazzo e figa, uh che brividi.
    Un viaggio nel tempo, il mondo dell’editoria italiana, un ritorno a quando eravamo ragazzi e dal web non arrivava niente se non una muffita ed inutile vetrina.
    Oggi, proprio oggi, da altre parti non è più così: http://www.nytimes.com/ref/membercenter/lettertoreaders.html
    ma qui nessuno sembra accorgersene.

  2. Cari Miki, constato che sulle riviste di architettura siamo d’accordo. Concedimi però di farti notare che Abitare è una rivista stampata e non può quini godere dell’immediatezza della rete. Due mesi per pubblicare quella notevole lettera, in termini cartacei, significa perfetta contemporaneità. L’hanno letta, l’han discussa in redazione, han deciso di pubblicarla un mese fa, l’han pubblicata. Non gli si può far osservare di essere arrivati in ritardo, anzi: sono stati oltremodo tempestivi. E poi: il fatto che abbia 2 mesi che significa? Che è scaduta? Apprezziamo lo sforzo e l’intuizione, magari da vecchi rincoglioniti che stanno facendo uno sforzo per aggiornarsi un po’.