La fine del minimalismo.

La bol resta vuota per tutto il pasto. E’ d’argento ed ermetica quel tanto che basta per non lasciare intendere a cosa serve. Forse è solo una decorazione e presidia quello spazio di tavolo lasciato vuoto da bicchieri, posate, piramidi di mele che nessuno sbuccerà, tovaglioli, altri bicchieri, frammenti di pane, briciole di qualcos’altro.

Neanche alla fine, neanche quando tutti ci si commiata e i ventri sono placati e tesi e la fame un’incomprensibile astrazione, neanche allora quella bol accoglierà niente. Quella ciotola è una cifra dello stile di questo luogo, è lo sberleffo al minimalismo, e quello lo cuciniamo a fuoco lento, e non gliela fa, signori cari: il minimalismo resta fuori da quella porta.

In altri termini, se volessi far l’anfitrione istrionico oppure semplicemente porre a cimento una triade del minimalismo quale, chessò, la Silvestrin-Pawson-Chipperfield, li inviterei all’Ambasciata di Quistello, e il mio diletto sarebbe studiarne le reazioni, gli spasmi facciali, la loro definitiva resa al trionfo del barocco domestico, dell’opulenza provinciale, della potenza visiva e gustativa della cucina di Romano Tamani.

Ospiti della San Lorenzo con la complicità di Antonio Tombolini, sabato a pranzo non si è mangiato: s’è fatta un’esperienza visiva, olfattiva, tattile e infine globale: anche una cosa esaltante e sfiancante a ben vedere, perché, come si dice da queste parti, mangian più gli occhi del ventre, che vuol dire che gli occhi han più capienza della pancia, e anche che mangiare è un’avventura visiva. A cui, in maniera perfettamente opposta al minimalismo composto e trattenuto della cucina sofisticata, qui concorrono delle pietanze generose e gustose e perfette, consumate ad un desco apparecchiato come neanche un imperatore, ed in un luogo che è una rappresentazione dell’immaginario provinciale della ricchezza e dello sfarzo, ma trattenuto appena un attimo prima di sbracare nel kitsch. L’Ambasciata non è kitsch: è ancora oltre, è molto di più, oppure appena appena un po’ meno. E’, magari, così oltre il limite del kitsch, che fa il giro completo, e sbuca da un angolo e sferra un paterno calcio nel deretano del minimalismo.

Del cibo e delle pietanze mirabilmente c’ha aggiornati lo Ziliani. Dello spazio fisico che ci accoglieva, di quello lasciatemi dire ancora qualcosa.
E’ ingiusto parlare dell’Ambasciata – che è comunque un Due Stelle Michelin, per chi non potesse proprio farne a meno – tirando in ballo il minimalismo. L’Ambasciata c’era prima e ci sarà dopo, anzi: dopo c’è già, visto che il minimalismo vivacchia e tira a campare, mentre il ridondantismo non soffre crisi. E’ una scienza perfetta, e quando pare che il gusto monastico l’abbia vinta, lui riposa sonnacchioso e si ritira in provincia, da queste parti, sulle sponde lessate dal sole d’estate e ricoperte di nebbia d’inverno del Secchia.

L’occhio, si diceva: quello non riposa mai. La tavola è ingombra e alle pareti specchi incorniciati la ribadiscono e la ripetono, infinite volte. Un altro bicchiere di vino, ed ogni illusione etilica è amplificata dall’immagine che si ridisegna ogni volta. Ci sono specchi ovunque, e dove non ve ne sono, ci sono bicchieri rossi e blu, e di vetro trasparente, e flute e calici e lampadari, e casse di vino e sedimentazioni del tempo e del passato, di una storia vecchia e vissuta, la storia di questo luogo. Tamani e l’Ambasciata son come il fiume che scorre poco più in là: sembrano esserci sempre stati. Perché, alla fine, son sempre uguali a se stessi: una perfetta reiterazione di una cucina, di un modo di vivere, di un piacere: per il cibo, per il convivio, per la battura arguta e per la parola. Ogni piatto è spiegato, ma dimenticate i tecnicismi da fisici dello stato solido e gassoso: è un racconto delicato quello che ti dice come è fatta quella pasta, perché c’è dentro una certa qual saggezza solida e immortale che riconduce alla fine sempre all’uomo. Non è scienza: è un’umanità che gode delle cose buone, delle uova ben covate, della pasta ben tirata, del brodo rotondo. Una cultura che celebra il maiale cucinandolo superbamente, e ne porta in trionfo il sacrificio.

L’uomo non è minimalista e nemmeno massimalista. E’ – dovrebbe essere – semplicemente umano. Gode del piacere dell’occhio e della bocca, sente il mondo e lo vede, e all’Ambasciata lo gusta, tutto in uno, in un compendio fatto di mille cose, gentili allo sguardo superficiale, preziose per chi indugia. Puoi guardare e mangiare distrattamente, e capirai che ricchezza e cultura c’è in una polenta fatta proprio con quel grano e non con un altro, oppure puoi prendere il tuo tempo e lasciarlo alla porta: indugia e osserva, ricorda tua nonna e la pasta che faceva, o che avresti voluto facesse. Tutto è più dolce nel ricordo, e tutto è più dolce qui, nel presente. E’ la potenza di un luogo e di un amore: che il tempo rallenta e scorre col fiume, e il passato ritorna presente, e ricordi il pranzo della domenica, il piacevole torpore, la vita che ti è dolce.

Comments

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  1. Minchia che post. Si può dire? Beh, l’ho detto, e lo ridico: minchia che post!

  2. Mi genufletto silenzioso e ammirato di come tu abbia descritto l’essenza del cibo. Un aggregatore di umanità, quindi di vite, quindi di Cultura. Lontano dalle classifiche dalle stelle e dal rumore di protagonismo fine a se stesso.
    Complimenti
    Loste

  3. Grazie a tutti. Mi commuovete e rinnovate il ricordo ancora fresco di quel piacevolissimo pranzo.
    Spiace per chi non c’era, ma quanto s’è goduto, no Antonio?