Celebrazione del souffle’.

L’avevo definito un “soufflé mal riuscito“, ma forse mi sbagliavo e forse c’avevo pure visto del giusto. Non so se c’entri la chimica nella cottura del soufflé (beh, c’entra sempre, a ben vedere), ma se il soufflé si gonfia e si dilata grazie ad una qualche componente ascensionale che ne spinge la crosta verso l’alto, beh, c’avevo visto giusto.

Come spiega l’ineffabile Michiel van Raaij su Eikongraphia, Van Berkel pensò pergli interni del Museo Mercedes ad un ambiente fluido: peccato che la normativa antincendio gli imponesse di compartimentare il suddetto e di interrompere pertanto il flusso: certa grandezza degli architetti – maledetti architetti – si misura anche nella loro pervicacia e il nostro eroe non ha gettato alle ortiche una buona idea in ossequio di una pigra norma: ha pensato ad un sistema alternativo di espulsione dei fumi, ha dimostrato in quattro collaudi diversi che funziona, e gli implacabili pompieri tedeschi hanno alfin dovuto ammettere che sì, si può fare.
In caso di incendio viene attivato un tornado (un tornado!) che crea un vuoto nello spazio centrale fra e rampe del museo e aspira i fumi verso l’alto. Il soufflé si gonfia con il calore che ne modifica la struttura molecolare – il museo Mercedes sfrutta un moto ascensionale forzato conseguente ad un calore, ehmm, eccessivo: notate la similitudine?
Ora: non credo che Van Berkel pensasse ad un soufflé: potrei giurare che aveva in mente paralleli più aulici; però c’è questa sottile ironia che non si può tacere, e con lei l’intelligenza di un architetto che dimostra col mestiere che la norma non si può e non si deve aggirare: la si può superare.
Perché, pensateci: al giorno d’oggi il Guggenheim di New York – che è pure financo il testamento di Frank Lloyd Wright, sarebbe una serie di scatolette montate su di una spirale spaziale: una mezza porcheria, insomma.