Dopo l’adorabile logo di Italia.it, la marcia tutta italiana verso l’incomunicabilità simbolica sembra inarrestabile. A differenza del logo di italia.it però, questa volta il colpevole (l’autore) ha pure un nome, ed è sospetto che ce l’abbia, o che l’abbian reso noto, perché additarlo è come scaricargli addosso la responsabilità. Ma a Nicola Storto, sinceramente, tributiamo ogni più affettuosa simpatia, perché quelli per cui lavora, ne siam certi, hanno aspettato alla finestra di veder l’effetto che faceva, e se piaceva avrebbero gongolato, e se non piaceva (come è puntualmente avvenuto) avevan già bell’e pronto il capro. Inarea fa ed ha fatto delle cose eccellenti. Molte e varie, e sempre di grande qualità. Però ci son cose che devono far tremare le vene ai polsi pure dei più muscolosi e navigati professionisti del mestiere: tipo disegnare il Simbolo, e peggio se è quello di un nascente partito su cui parte degli otto milioni di italiani che non hanno votato nei 24 milioni di gazebo di Berlusconi ripongono parecchie disperate speranze.
C’è chi ne ha fatto una puntuale disamina, e chi ha notato sospette somiglianze, ma la verità, diciamocelo, è che il logo del PD non è atroce come quello di italia.it (a cui è accostato per la vicinanza temporale, ma nemmeno capace di esprimere alcunché di …. di … non so). Dire cos’è il PD, per esempio. Ecco: è colpa nostra: che speravamo che un simbolo ci dicesse qualcosa di questa Nuova Cosa, e invece cogliamo il riferimento al tricolore e riusciamo solo a pensare che trattasi di forza politica italiana. E ne leggiamo l’indefinitezza (quella puntuale e ben colta, giacché di questo PD poco si capisce, “ma anche” – come direbbe il Veltroni-Crozza, poco e di vagamente indefinito dice il nuovo logo che arrangia quel rametto d’ulivo solingo fra le parole “Partito” e “Democratico”, come un fragile accento, neanche ben disegnato, neanche richiesto.
Però: però anche un simbolo mal riuscito dice cose, e ne dice tante. Per esempio che quel rametto d’ulivo non può essere un simbolo. Non ce la fa. Non è l’elefantino dei repubblicani americani e nemmeno l’asino dei democratici (c’è questo perbenismo italiano che non avrebbe mai permesso ad un partito – neanche per reverenziale tributo – di mettersi in testa un asino e vantarsene): è uno schitto che non resta in mente, e che firma l’ascendenza della nuova formazione politica: l’ulivo, la coalizione delle sinistre, o qualsiasi cosa sia stata. Ne indica la provenienza, e lo fa ficcata fra le nuove parole, il partito e la democrazia.
Se un simbolo ha la forza di insediarsi nell’immaginario collettivo, dovrebbe poter essere descritto da un’immagine. Tipo: “I democratici americani son quelli con l’asinello”. Facile, no?
- E quelli italiani?
- Ah: son quelli col tricolore.
- Ma non era Forza Italia quella?
- Già: ma questi c’han pure l’ulivo…
- Ma…ma… Non c’era appunto l’Ulivo una volta?
- Infatti: vengon da lì, e ci tengono a dirlo.
- Quindi han solo cambiato nome…
- No, non essere così critico: han fatto le primarie, han scelto un nuovo simbolo.
- E com’è sto simbolo?
- Com’è….com’è?… Hai presente… Tipo…La….
….
Con chi gioca la Juve domenica?



