Io, Geoff Dyer, Venezia e l’immondizia del Canton Ticino.

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Per qualche pagina del suo ultimo “Amore a Venezia, Morte a Varanasi” la mia vita e quella di Geoff Dyer – nella finzione letteraria Jeff Atman, critico d’arte a Venezia per scrivere della Biennale del 2003  - si sono incontrate.

Quell’anno faceva un caldo psicotropo. Geoff/Jeff tracannava Bellini e cercava una bella americana conosciuta il giorno prima, io avevo scroccato un invito assieme a mia moglie, ospiti di un funzionario della Banca del Gottardo. Eravamo entrambi alla stessa festa, al Guggenheim, solo che io l’avrei saputo solo oggi, dopo 6 anni.

La precisione con cui Dyer parla di quello specifico party mi ha fatto oscillare fra la certezza che stesse parlando dello stesso identico party, e il dubbio che il suo ricordo fosse più a fuoco del mio, e che il suo racconto fosse il mio, fino a sovrapporvisi. Per esempio: ricordo il risotto ai piselli (è il particolare verosimile – insegna Forsyth – che sostanzia la verità del racconto, e il risotto ai piselli, un dettaglio così marginale eppure economicamente essenziale nel racconto, dice che è proprio quella la festa, quella del risotto ai piselli) e ho quasi la certezza di aver visto la bellissima ragazza cui lui anela: ma di spalle, fasciata in un vestito rosso appena sopra il ginocchio. L’ho vista di spalle, ma ho pensato che dovesse essere bellissima. L’ho vista nel ricordo attivato dal racconto di Dyer, evidentemente, perché non la ricordavo affatto. Non c’era probabilmente, ma nella realtà che scaturisce dalle parole, la realtà plausibile, quella mitopoietica, lei c’era, e io la stavo osservando. Assieme al resto della fauna di una qualsiasi inaugurazione della Biennale, esattamente come altre decine che si stanno celebrando in questi giorni, in cui di Biennale ce n’è una nuova.

Improvvisamente il racconto è più vero della mia vita stessa, perché è più interessante. Ha la consistenza dell’inchiostro sulla pagina bianca, ed è inequivocabile, pur prestandosi alle interpretazioni. Chissà se Dyer c’era veramente a quella festa: però il racconto che ne fa è incredibilmente verosimile, troppo denso di dettagli per essere interamente inventato. E è così forte da essere più potente di un mio stesso ricordo personale. Non perchè – non solo perchè – la mia vita sia meno interessante di quella di Atman: probabilmente lo è, ma è la mia, ed è unica e importante. Fondamentale e custodita gelosamente. Eppure leggendo quelle parole ho avuto la percezione della potenza della parola: così potente da mettere su di un piano diverso e più distante il mio ricordo e da fargli quasi preferire quello altrui, inventato, per di più. Perché più preciso delle mie stesse emozioni legate a quell’evento, che ormai sono avvolte nella nebbia umida di quella notte veneziana. Una notte lattiginosa. In autostrada la protezione civile ti dava delle bottiglie di acqua, mentre aspettavi di uscire dal casello autostradale. Il termometro segnava 36 gradi. O forse 38. Per dire del caldo che faceva. Gli organizzatori della festa avevano acconstentito acché gli invitati uomini potessero trascendere dalla cravatta. Faceva così caldo che il protocollo era stato trasgredito. Poi ricordo di aver parlato per tutta la serata della ristrutturazione di un casolare in Toscana – forse – di qualche amico di quelli che ci avevano procurato l’invito. Dietro di me c’era il presidente svizzero. Ricordo che mi dissero che in Svizzera si vota incessantemente, per esempio per decidere come deve essere smaltita l’immondizia del cantone vicino. “E’ impossibile sapere tutto di tutto, avere un’opinione su ogni cosa. Ma noi abbiamo una specie di democrazia diretta in Svizzera e quindi ci viene chiesto di votare ogni cosa. La democrazia diretta è ingestibile“. Detto da uno svizzero è una sentenza di morte.

Al Guggenheim a parlare di immondizia e democrazia diretta. Mentre Geoff Dyer forse è vicino a me e a mia moglie. O forse c’è qualcuno che poi glielo racconterà, in modo che il racconto sia circostanziato, preciso. Plausibile. Io lo saprò sei anni dopo, leggendo un libro che leggerò perché da pochi mesi avrò scoperto di Dyer e perché leggere un libro che parla d’una città che si conosce precisa l’immagine che se ne ha. In quella città eravamo assieme, io e Dyer, anni prima. Lui a caccia di una bella mora trentenne, facendo finta di essere interessato alla Biennale, io facendo finta di centrarci qualcosa. A parlar di monnezza. Un argomento sempre d’attualità, anche a sei anni di distanza.