A house is not a sculpture.

libeskind_prefab

Sarò breve e affatto ellittico: ci sono almeno 3 motivi per cui considero la casa prefabbricata di Libeskind (che, come noto, io adoro) una trovata pubblicitaria e niente più, e sappiamo che, per queste cose, Daniel non ha quasi eguali.

1.
The Libeskind Villa is such a piece of art, a walk-in sculpture with its own unique atmosphere.” dice la presentazione. E’ facile obiettare che una casa non è una scultura, e che sarebbe un bel mondo quello in cui gli architetti non hanno bisogno di clienti che vivano dentro loro sculture per celebrare il genio di un architetto che non fa una casa che è una casa, ma una scultura. Se vivo dentro una scultura, ho un concetto un po’ confuso di casa.

2.
La casa verrà costruita in 30 esemplari: un numero che non giustifica quindi i suoi postulati di prefabbricazione (che, in un’economia di scala, trarrebbero giovamento dal grande numero, piuttosto che dalla tiratura limitata), ma tende solo a limitarne la diffusione, per non inflazionarla, parrebbe di capire. Certo: se il prezzo si aggira tra i 2 e i quasi 5 milioni di euro è meglio non irritare quel gonzo che se la comprerà. Il costo comprende anche il trasporto e il montaggio, ci tengono a precisare. Grazie tante, aggiungiamo noi.

3.
La casa è indifferente al contesto: “Daniel Libeskind has devised a home which can be erected anywhere in the world“. Caro Daniel: questa è pigrizia, è fossi in te non me ne vanterei. Non è nemmeno un’ottimizzazione del processo. Non parlerò di genius loci o amenità del genere che sostanziano i discorsi insipidi di noi architetti: una casa che sta bene a Helsinki o Madrid, e non parlo nemmeno del contesto urbano in cui si trova, ci sta perché non ha nessuna qualità precisa, e nessunissima volontà di erigersi in un luogo per dargli un significato: per aggiungere un testo alla realtà. Ha l’unica qualità di essere stata disegnata da Libeskind, e una meno nobile caratteristica: di essere abitata (o posseduta, meglio così?) da un gonzo che non sa distinguere fra i suoi stessi gusti, e, poiché non ne ha, se li fa dire da Libeskind, pagandolo profumatamente.

Questo coso (nemmeno una casa) è il perfetto prodotto di una certa ben precisa degenerazione dell’architettura: una fiera campionaria del manierismo di Libeskind: le vetrate diagonali, gli spazi “drammatici” (a casa voglio rilassarmi, mica farmi spaventare), i rivestimenti in reinzink, un’esperienza inedita. Tutto è inedito per Daniel, perché te lo deve vendere e darti l’illusione di essere il primo uomo sulla terra ad accorgerti di cotanto genio.
Questo coso è pure “sostenibile”: se non sei sostenibile oggi sei veramente uno sfigato, ma è proprio qui che il buon Daniel si esibisce in uno dei suoi numeri migliori: illustra il suo concetto di sostenibilità. Parla di isolamento, geotermia, pannelli così e cosà, bla bla bla e poi ci illumina: “La sostenibilità va oltre tutto ciò (si deve essere accorto che, quanto detto fin lì lo potrebbe dire anche il suo barista): la sostenibilità sono gli ottimi materiali che permetteranno alla casa di durare per centinaia d’anni. Ecco ciò che rende la casa sostenibile“.

Durare centinaia d’anni=sostenibilità

Eccolo lì, messo bello al centro.

Segnatevelo, perché anche un bidone delle immondizie di plastica dura centinaia di anni, e concettualmente sembra avere curiosi punti di contatto con la casa di Libeskind.