David Chipperfield – assieme all’altro inglese, altrettanto monacale ed elegante John Pawson – è universalmente noto come uno dei più raffinati cultori e divulgatori del minimalismo. Sarò brevissimo: del minimalismo s’è detto tutto e molto e spesso non sempre in termini elogiativi: vien da pensare che ci si riferisse agli emuli più che ai maestri, e che si criticasse la sottrazione spietata, piuttosto che la superba risoluzione di certi dettagli di cui i nostri eroi sono maestri insuperati. Insomma, come dire: che è il malinteso minimalismo ad essere (giustamente) criticato, e non quello di altri. In una recente intervista sul Wall Street Journal, Chipperfield fornisce degli elementi per valutare più precisamente il suo sentimento verso il minimalismo (che, par di capire, non è per lui un atteggiamento o – come direbbe odiosamente qualcuno – una poetica, ma l’unica maniera in cui intende l’architettura): in merito al Neues Museum di Berlino, recentemente inaugurato, C. parla della decisione di conservare lo stato rovinoso dell’edificio esistente, e di operare una ricostruzione che distinguesse precisamente il nuovo dal vecchio: il vecchio andava preservato ed esposto a memento. Tale (come rovina) era rimasto per 60 anni, e tale doveva essere conservato. E la risposta dei berlinesi ha stupito pure lui, che temeva, anche sulla scorta di quanto molti andavano dicendogli, che i tedeschi avrebbe mal sopportato il vedere esposto lo scempio dello guerra, l’errore e l’orrore. E invece, par di capire, i tedeschi con certe questioni c’han fatto pace, o ci si confrontano in maniera matura e consapevole. Ma è l’atteggiamento che conta, ed è significativo che, lungo l’intervista, Chipperfield non si riconosca mai nella definizione di minimalista, perché, a ben vedere, il minimalismo è la semplificazione operata dai giornalisti per veicolare un concetto un po’ più complesso e storico: il neoclassicismo. Alla domanda se egli si riconosca nella definizione di neoclassico, C. risponde:
No, I don’t think our work is neoclassical. [But] I do enjoy order. I think that architecture should be ordered—that [it] has to be readable.
“Ordine” e “leggibilità”: due concetti intimamente legati e dipendenti. Un’architettura è ordinata e quindi leggibile, ed è leggibile poiché ordinata. La leggibilità può inoltre essere estesa all’interpretazione dell’esistente, ove il nuovo (come, pertinentemente, nel Neues Museum) non nasconde e cela l’antico, ma lo inquadra, lo sostanzia. La leggibilità, infine, è il requisito che trae forza dall’ordine: il ritmo, la sequenza, l’armonia, le proporzioni. Non a caso si chiamano “ordini classici” quelli delle colonne, e non a caso più oltre Chipperfield dice che si tratta di un malinteso, nuovamente, che l’architettura neoclassica o classica più in genere, sia tristemente associata al fascismo e al nazismo, almeno nel 20° secolo. E’ un dato di fatto, dice, ma è altrettanto vero che, in definitiva, stiamo parlando di travi e colonne. Che non hanno una connotazione politica, ma piuttosto una propria solida leggibilità e comprensibilità universali.
Non v’è dubbio che minimalismo (o neoclassicismo, o post-neoclassicismo che dir si voglia) e decostruttivismo, o post-modernismo parlino linguaggi sensibilmente diversi. Provocano altrettante sensazioni in chi quelli spazi li abita e li usa: disorientamento, oppressione, serenità, entusiasmo. In ordine sparso, e quindi non direttamente riferibile a quanto prima detto. Ad alcuni il minimalismo può dar serenità, per altri può essere opprimente, per dire. Vi è però un carattere distintivo ben preciso del neoclassicismo (abbiam deciso di chiamarlo così): una certa onestà sostanziale, che si traduce in una maggior comprensibilità dell’architettura: una colonna è una colonna, e sostiene una trave. Non sono quasi ammessi spazi fluidi, espansivi, strutturalmente folli (Hadid? Mi senti?): c’è la semplicità di un linguaggio che si fonda su secoli di accordo con il genere umano: una trave è sostenuta da due colonne. Un muro deve poggiare da qualche parte. Esistono dei limiti statici. L’uomo non vuole sempre essere sconvolto da spazi drammatici. L’uomo vuole, modestamente, sommessamente, riconoscere che lo spazio in cui si muove ha una sua ragione statica, compositiva, storica. Non gli è ostile, non gli cela la storia (come il Neues Museum) e vuole solo, semplicemente, essere capito.


