
Recentemente è andata in onda l’ultima puntata di Condor, programma condotto da Luca Sofri e Matteo Bordone.
Dei blog che leggo di solito si son levate dolenti proteste, velate e neanche tanto accuse alla nuova dirigenza di Radio Due che gli preferirebbe un nuovo reality radiofonico, qualsiasi orrenda cosa ciò significhi.
Non seguivo Condor, quindi prendete con un ragionevolissimo dubbio il mio pensierino, che è il seguente: non che l’atteggiamento ne dovesse necessariamente decretare il destino (di trasmissioni radiofoniche di nicchia ce ne possono essere, eccome), ma ho come l’impressione che i due siano vittime di un certo fighettismo. Il fighettismo è l’equivalente moderno dello spasmodico tentativo adolescenziale di scoprire prima di ogni altro il nuovo gruppo musicale imperdibile, un attimo prima che questo diventi famoso. Oppure il nuovo regista, il nuovo scrittore. Ammantato d’oscurità, comprensibile solo a se stesso, il fenomeno è individuato dai media mainstream, musicalmente e cinematograficamente, come indie. Con l’India non c’entra niente: sta per “indipendente” e definisce un atteggiamento culturale libero dalle costrizioni della grande industria dell’intrattenimento (mai sentito parlare delle etichette discografiche indipendenti? Delle produzioni cinematografiche indipendenti? Beh, quella roba lì).
Un’insidia che minaccia costantemente la realtà indie è l’autoreferenzialità: le individualità che costituiscono le comunità indie, formate in maniera spesso casuale, ancor più spesso per genuina comunione di interessi e scopi, si sviluppano armonicamente sino a quando non si sentono minacciate dall’esterno, e l’esterno è invariabilmente il pericolo di diventare mainstream, popolari, manipolabili, forse. Più la comunità si ingrandisce, più è improbabile che accetti nuovi membri. Non è per calcolo, ma per sua stessa costituzione: più popolare diventa, più si discosta dalla sua natura, che è necessariamente intellettualmente elitaria e sofisticata.
Ho collegato i punti quando ho letto un commento riguardo alla chiusura di Condor, che diceva pressapoco che, forse, il calo di pubblico registrato era dovuto ad una scelta un po’ troppo selettiva degli argomenti trattati: spesso pareva che parlassero di cose che intendevan solo loro e che interessavan solo a loro. Ripeto: l’avrò ascoltato una sola volta, ma seguendo Wittgenstein e Freddie Nietzsche posso immaginare a cosa si alludesse.
Questa sera invece leggo distrattamente un commento di Massimo Mantellini da twitter che dice:
Bel pezzo di Luca su Kurzweil su Wired di dicembre
Twitter non è l’anagrafe: ci si iscrive volontariamente, quindi, decidendo di seguire quel che dice Mantellini, si accetta di dare per scontate certe cose, o di conoscerle. Un commento del genere è incomprensibile al 99,98% della popolazione italiana. Il problema non è evidentemente di Mantellini: il suo scopo non è quello di essere comprensibile a millantamila persone. Non gli interessa, probabilmente. Infatti assumo quanto sopra come sintomatico di un discorso decisamente autoreferenziale, che, tradotto, diventa:
Bel pezzo di Luca (Sofri) su Kurzweil (non ho idea di chi parli – ho pensato a Kurtz, quello di Apocalypse Now, fate un po’ voi) su Wired di dicembre (si capisce, almeno, che è una rivista mensile)
In sintesi un esempio abbastanza chiaro di cosa è il fighettismo: un’espressione intellettuale e culturale sicuramente di un certo momento, ma significativa fin tanto che non rimbalza nella sua autoreferenzialità: Luca e Massimo si sono capiti, e col loro qualche altro.
Il fighettismo, in definitiva, non si prefigge di certo di evolversi sino a diventare popolare e comprensibile: è giustamente nella sua ragion d’essere un buon livello di incomprensibilità. Qualora infatti le piacevoli distrazioni intellettuali con cui il fighettismo si pasce diventino popolari e, infine, volgari (nel senso del volgo), la loro natura è corrotta, e non è più divertente. Sufjan Stevens che suona per uno spot Vodafone è ormai perso (prego ciò non accada mai), ma della buona musica indie di Bright Eyes in Nip/Tuck, per dire, ancora ancora ci sta.
E a dirvelo è uno snob di merda.


