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	<title>MF+TDC &#187; 08 Letteratura</title>
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		<title>Paprika and cheese.</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 01:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[04 Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[In one of his novels, Heinrich Boll once imagined an architect who went into business in a small German city and for lunch every day ordered cottage cheese with paprika, not because he liked it but because he knew that in a short time everyone in town would know who he was. (via Design Observer) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In one of his novels, Heinrich Boll once imagined an architect who went into business in a small German city and for lunch every day ordered cottage cheese with paprika, not because he liked it but because he knew that in a short time everyone in town would know who he was.</p>
<p>(via <a href="http://observatory.designobserver.com/entry.html?entry=12027" target="_blank">Design Observer</a>)</p>
<p style="font-size: 10px;"><a href="http://posterous.com">Posted via web</a> from <a href="http://mftdc.posterous.com/paprika-and-cheese">MF+TDC&#8217;s posterous</a></p>
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		<title>Haiku delle 12.36.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2009/11/20/haiku-delle-12-36/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 11:37:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lampade che illuminano tavoli,senza nessuno attorno. Vado a farmi un clistere. Posted via web from MF+TDC&#8217;s posterous]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lampade che illuminano tavoli,<br />senza nessuno attorno.</p>
<p>Vado a farmi un clistere.</p>
<p style="font-size: 10px;">  <a href="http://posterous.com">Posted via web</a>   from <a href="http://mftdc.posterous.com/haiku-delle-1236">MF+TDC&#8217;s posterous</a>  </p>
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		<title>Una casa per la cultura.</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 01:06:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[In Colombia si sono messi in testa che finanziare ed investire nella cultura ha un qualche senso, ed è sconvolgente perché in Italia accade esattamente il contrario.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="topcolumn" title="villanueva" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/09/villanueva.jpg" alt="Villanueva Public Library" width="440" height="300" /></p>
<p>In Colombia si sono messi in testa che finanziare ed investire nella cultura ha un qualche senso, ed è sconvolgente perché in Italia accade esattamente il contrario. Il mondo è vagamente sferico, ma fortunatamente diverso e vario: vi sono luoghi dove l&#8217;azione della cultura non è solo letta nell&#8217;ottica del divenire di quella popolare (che è l&#8217;unica ormai indagata come tale, e che aderisce ormai perfettamente a quella dei media e della televisione), ma nel depositarsi e fortificarsi del sapere. E dei luoghi che la conservano.</p>
<p>Lo spirito di progetti come la biblioteca di <a href="http://www.archdaily.com/13853/villanueva’s-public-library-meza-pinol-ramirez-torres/" target="_blank">Villanueva</a> dello studio <a href="http://www.parapolis.org/" target="_blank">Parapolis</a> (Meza + Piñol + Ramírez + Torres) o di quella di <a href="http://www.archdaily.com/2565/espana-library-giancarlo-mazzanti/" target="_blank">España di Giancarlo Mazzanti</a> a Santo Domingo in Colombia (2005 progetto, 2007 costruzione) è, oltre a conservare e rendere pubblica ed accessibile la cultura, quello di proporsi come progetti sociali, che coinvolgono e riqualificano la comunità. Nel primo caso attraverso l&#8217;utilizzo di materiali locali assemblati in maniera inedita (gabbie metalliche riempite di pietre &#8211; usualmente utilizzate nei conenimenti stradali &#8211; e pareti &#8220;tessute&#8221; in assi di legno di pino ricavato nei dintorni); nel secondo attraverso la costruzione di due volumi massivi ed impenetrabili strategicamente posti in un quartiere fra i più degradati di Santo Domingo.</p>
<p>La forza degli edifici culturali è insita nella loro debolezza: sono inutili (apparentemente). Conservano ed espongono ciò che richiede riflessione ed attenzione, cura e disinteresse (economico). La loro forza sta appunto in ciò: nell&#8217;essere percepiti dal potere economico come forze neutre, indifferenti. Eppure hanno la capacità di attivare spesso volani sociali in grado di modificare sensibilmente la realtà locale: così accadde e continua ad accadere per i musei e le gallerie d&#8217;arte (Soho, negli anni &#8217;80, la Tate Modern a Londra, più recentemente, sono sorti in quartieri marginali ed abbandonati, per poi generare un interesse prima culturale e poi inevitabilmente economico che ha portato all&#8217;apprezzamento degli immobili contigui. Spesso ex-spazi industriali abbandonati (i laboratori manifatturieri di Soho, quelli di Dumbo a Brooklyn, o le ex centrali a carbone, come la Tate Modern) hanno fornito il contesto in grado di accogliere un nuovo testo: scritto solo dalla cultura e dalla sua produzione e diffusione.</p>
<p>Ora l&#8217;esempio pare essere stato recepito in Colombia in una chiave inedita: non si tratta solo di convertire ed immaginare una nuova vita di edifici esistenti, ma piuttosto di progettarne di nuovi. In contesti spesso socialmente difficili, ma coinvolgendo la popolazione e dimostrandole, semplicemente, che vi è un interesse della comunità: un progetto, non solo architettonico, ma culturale, nel senso più lato.<br />
L&#8217;architettura l&#8217;accoglie, l&#8217;uomo la abita.</p>

<a href='http://www.thedesigncouncil.eu/2009/09/09/villanueva/villanueva/' title='villanueva'><img width="170" height="170" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/09/villanueva-170x170.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="villanueva" title="villanueva" /></a>
<a href='http://www.thedesigncouncil.eu/2009/09/09/villanueva/686212203_selbibvillan16-rt8/' title='686212203_selbibvillan16-rt8'><img width="170" height="170" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/09/686212203_selbibvillan16-rt8-170x170.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="686212203_selbibvillan16-rt8" title="686212203_selbibvillan16-rt8" /></a>
<a href='http://www.thedesigncouncil.eu/2009/09/09/villanueva/biblioteca-espana-2/' title='biblioteca-espana-2'><img width="170" height="170" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/09/biblioteca-espana-2-170x170.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="biblioteca-espana-2" title="biblioteca-espana-2" /></a>

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		<title>Il bordo, la cornice, la fine: perché gli ebook hanno ancora molta strada da fare.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2009/08/28/il-bordo-la-cornice-la-fine-perche-gli-ebook-hanno-ancora-molta-strada-da-fare/</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Aug 2009 23:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[02 Economia]]></category>
		<category><![CDATA[06 Design]]></category>
		<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[e-ink]]></category>
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		<category><![CDATA[libro elettronico]]></category>
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		<description><![CDATA[La buona notizia è che su un ebook reader si riesce a leggere un libro. La cattiva è che non dovrebbero farli progettare a degli ingegneri, e invece si ostinano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-699" title="kindle-right_hand_at_angle-copia1" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/08/kindle-right_hand_at_angle-copia1.jpg" alt="kindle-right_hand_at_angle-copia1" width="800" height="525" />La buona notizia è che su un ebook reader si riesce a leggere un libro. La cattiva è che non dovrebbero farli progettare a degli ingegneri, e invece si ostinano.</p>
<p>E&#8217; come se, superato (egregiamente) il problema tecnico dell&#8217;inchiostro elettronico, fossero tutti usciti a brindare, affidandosi al design svogliato e &#8220;a button-a function&#8221; degli ingegneri.</p>
<p>Così, leggendo il primo ebook che mi capitava su questo nuovo aggeggio, mi sono ritrovato a far scivolare lo sguardo sempre più ostinatamente sulla cornice piuttosto che sulla pagina. Perché l&#8217;aspetto sorprendente di un ebook reader è (e non è poco) che la pagina stampata elettronicamente trasmette la medesima sensazione di quella di carta: stessa (quasi) definizione, stesse (quasi) dimensioni, analogo contrasto. Se la leggi al sole poi, il vantaggio rispetto ad uno schermo retroilluminato è abissale: perché questo è illeggibile tanta più luce ambiente lo colpisce, mentre l&#8217;ebook reader ne ha solo un vantaggio. Il problema è che l&#8217;esperienza della lettura ha una dimensione temporale: non è semplicemente cartesiana, come dire. Non bastano una larghezza, una lunghezza e una profondità: c&#8217;è anche il tempo, che è quello durante il quale tieni in mano un libro, e lo sfogli, semplicemente. Ancora una volta, i vantaggi degli ebook sono notevoli: puoi leggerci un tomo di centinaia di pagine (adesso sto leggendo le 670 pagine di Moby Dick) e lui continua a pesare qualche centinaio di grammi. Ma certi vantaggi sono ormai sempre più scontati: il fatto di portarsi appresso 500 libri nei medesimi 150-200 grammi è una cosa che stupisce i gonzi, ma alla quale chi ha una anche modesta confidenza con i dispositivi digitali non fa neanche più caso. Non credo sia questa l&#8217;esperienza che i libri digitali dovrebbero permettere: questo è il punto di partenza, ed è anche una buona notizia, perché significa che, tecnologicamente almeno, i margini di miglioramento sono notevolissimi.</p>
<p>L&#8217;esperienza, si diceva: un&#8217;osservazione banale è che la pagina stampata è composta dal corpo del testo e dai margini che la incorniciano nei limiti fisici del foglio. Ci son regole tipografiche precisissime e inviolabili al riguardo: una buona edizione si misura anche dalla generosità (e non dalle sperpero, ben s&#8217;intenda) dei suoi margini: perché lì il lettore puoi annotare, chiosare, lasciare un appunto. Che magari rileggerà fra qualche anno, o che qualcun&#8217;altro leggerà. Son gli stessi margini che i tascabili &#8211; meritevoli di una benvenuta democratizzazione della lettura &#8211; hanno però massacrato: in termini economici, il margine è uno spreco, è carta in più che serve a stampare un altro tascabile (i tascabili non han margini, o quasi).</p>
<p>I margini di un libro sono insomma la cornice d&#8217;un quadro, o il limite discreto  tral&#8217;immaginazione (la pagina, il racconto) e la realtà (l&#8217;ambiente in cui leggiamo). Gli ebook reader hanno dei margini progettati da degli ingegneri un po&#8217; frettolosi, e un ingegnere risolve problemi ed è più interessato al fatto che il problema sia risolto e non a <em>come</em> è risolto. Se c&#8217;è da introdurre una funzione in un dispositivo elettronico, la sua traduzione fisica sarà un tasto: una funzione per un tasto, un tasto per ogni funzione, verrebbe da dire.<br />
Ecco: la desolante cornice che inquadra la pagina elettronica è spesso martoriata di tasti di diverse fogge (l&#8217;assunto si complica sempre più: un tasto per ogni funzione, e un tasto diverso per ogni diversa funzione) che sono sempre odiosamente presenti alla vista e alla fine distraggono. Non li si vorrebbe vedere perché l&#8217;occhio e la mente, mentre leggono, mantengono due fuochi distinti: uno sul testo, e uno intorno. E intorno trovano intoppi visivi, cornici mal progettate, il disvelamento dell&#8217;inganno: non è un libro vero quello su cui sto leggendo, ma una sua emulazione.<br />
Il fatto è insomma che l&#8217;ebook ha delle potenzialità che sono state solo in parte esplorate (esattamente, si badi, come quelle che aveva l&#8217;iPhone anni fa &#8211; nemmeno Apple, ci giurerei, si era resa conto di cosa avesse inventato): ad di là dell&#8217;ovvio (la notevole capacità di immagazzinare dati &#8211; che tende all&#8217;infinito con il massimizzarsi delle capacità di storage delle memorie, l&#8217;integrazione con le reti, la possibilità di prendere appunti ecc.), l&#8217;ebook latita ancora pesantemente rispetto all&#8217;esperienza che dovrebbe fornire più istintivamente: quella di permettere di leggere un libro.</p>
<p>Per molti versi è la realizzazione &#8211; ancora teorica&#8230;molto teorica &#8211; di un metalibro: un libro che ne contiene altri, e contiene le note del lettore, che diventano un libro parallelo e diverso. Tutto ciò è adesso già possibile, ma all&#8217;interno di una cornice che non è per niente sexy, per tornare ad <a href="http://www.thedesigncouncil.eu/2008/02/02/perche-liliad-non-e-sexy/" target="_blank">un mio cruccio passato</a>.</p>
<p>Per questo motivo, e per concludere, ho preparato i compiti per casa per i nostri amici ingegneri, cui in fondo io voglio bene.</p>
<p>COSTRUISCI L&#8217;EBOOK PERFETTO.<br />
Il tuo compito è risolvere tecnicamente il seguente problema. Bada che quella fornita di seguito è <strong>la soluzione: </strong>tuo compito è studiare come arrivarci, non ottenerla.</p>
<p>- Dimensioni: 140x220x10 mm (sono le dimensioni, spessore a parte, di un Adelphi, uno standard indiscutibile)<br />
- Lo schermo deve occupare il 95% del pannello frontale<br />
- La cornice che lo contiene deve avere uno spessore massimo di 5 mm ed essere complanare con lo schermo stesso<br />
- E&#8217; ammesso l&#8217;utilizzo di un solo tasto meccanico, ed è quello con scritto sopra ON/OFF, ma non è necessario che lo specifichi, si capirà<br />
- Lo schermo è sensibile al tatto<br />
- Ogni menu contestuale appare a schermo, e su sollecitazione del lettore (prenditi un iPhone e studiatelo: l&#8217;interfaccia non deve essere onnipresente, soprattutto quando è fisica; basta che appaia quando serve)<br />
- Per sfogliare le pagine basta toccare il margine destro (per procedere), e il sinistro (per tornare indietro)<br />
- Il menu principale è attivato toccando il bordo inferiore del foglio</p>
<p>So che ce la puoi fare, amico ingegnere.<br />
Ricorda un semplice assunto, anzi: stampatelo bello in grande e inchiodalo al muro di fronte a te: stai progettando una pagina magica, non un libro. Non pensare alla profondità: pensa in bidimensionale.<br />
Hai già inventato una tecnologia straordinaria: l&#8217;e-ink, l&#8217;inchiostro elettronico. Ma è un po&#8217; come avere inventato la ruota e non aver ancora capito che sarebbe più utile se la attaccassi ad un carro assieme alla sua gemella. Non hai in mano una soluzione, ma solo un modo per arrivarci.</p>
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		<title>Io, Geoff Dyer, Venezia e l&#8217;immondizia del Canton Ticino.</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 23:51:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[03 Arte]]></category>
		<category><![CDATA[amore a venezia morte a varanasi]]></category>
		<category><![CDATA[biennale]]></category>
		<category><![CDATA[Geoff Dyer]]></category>
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		<description><![CDATA[Per qualche pagina del suo ultimo &#8220;Amore a Venezia, Morte a Varanasi&#8221; la mia vita e quella di Geoff Dyer &#8211; nella finzione letteraria Jeff Atman, critico d&#8217;arte a Venezia per scrivere della Biennale del 2003  - si sono incontrate. Quell&#8217;anno faceva un caldo psicotropo. Geoff/Jeff tracannava Bellini e cercava una bella americana conosciuta il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-728" title="geoff-dyer1" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/06/geoff-dyer1.jpg" alt="geoff-dyer1" width="800" height="523" /></p>
<p>Per qualche pagina del suo ultimo &#8220;<a href="http://www.einaudi.it/libro/scheda/(isbn)/978880619389/" target="_blank"><em>Amore a Venezia, Morte a Varanasi</em></a>&#8221; la mia vita e quella di Geoff Dyer &#8211; nella finzione letteraria Jeff Atman, critico d&#8217;arte a Venezia per scrivere della Biennale del 2003  - si sono incontrate.</p>
<p>Quell&#8217;anno faceva un caldo psicotropo. Geoff/Jeff tracannava Bellini e cercava una bella americana conosciuta il giorno prima, io avevo scroccato un invito assieme a mia moglie, ospiti di un funzionario della Banca del Gottardo. Eravamo entrambi alla stessa festa, al Guggenheim, solo che io l&#8217;avrei saputo solo oggi, dopo 6 anni.</p>
<p>La precisione con cui Dyer parla di quello specifico party mi ha fatto oscillare fra la certezza che stesse parlando dello stesso identico party, e il dubbio che il suo ricordo fosse più a fuoco del mio, e che il suo racconto fosse il mio, fino a sovrapporvisi. Per esempio: ricordo il risotto ai piselli (è il particolare verosimile &#8211; insegna Forsyth &#8211; che sostanzia la verità del racconto, e il risotto ai piselli, un dettaglio così marginale eppure economicamente essenziale nel racconto, dice che è proprio quella la festa, quella<em> del risotto ai piselli</em>) e ho quasi la certezza di aver visto la bellissima ragazza cui lui anela: ma di spalle, fasciata in un vestito rosso appena sopra il ginocchio. L&#8217;ho vista di spalle, ma ho pensato che dovesse essere bellissima. L&#8217;ho vista nel ricordo attivato dal racconto di Dyer, evidentemente, perché non la ricordavo affatto. Non c&#8217;era probabilmente, ma nella realtà che scaturisce dalle parole, la realtà plausibile, quella mitopoietica, lei c&#8217;era, e io la stavo osservando. Assieme al resto della fauna di una qualsiasi inaugurazione della Biennale, esattamente come altre decine che si stanno celebrando in questi giorni, in cui di Biennale ce n&#8217;è una nuova.</p>
<p>Improvvisamente il racconto è più vero della mia vita stessa, perché è <em>più interessante</em>. Ha la consistenza dell&#8217;inchiostro sulla pagina bianca, ed è inequivocabile, pur prestandosi alle interpretazioni. Chissà se Dyer c&#8217;era veramente a quella festa: però il racconto che ne fa è incredibilmente verosimile, troppo denso di dettagli per essere interamente inventato. E è così forte da essere più potente di un mio stesso ricordo personale. Non perchè &#8211; non solo perchè &#8211; la mia vita sia meno interessante di quella di Atman: probabilmente lo è, ma è la mia, ed è unica e importante. Fondamentale e custodita gelosamente. Eppure leggendo quelle parole ho avuto la percezione della potenza della parola: così potente da mettere su di un piano diverso e più distante il mio ricordo e da fargli quasi preferire quello altrui, inventato, per di più. Perché più preciso delle mie stesse emozioni legate a quell&#8217;evento, che ormai sono avvolte nella nebbia umida di quella notte veneziana. Una notte lattiginosa. In autostrada la protezione civile ti dava delle bottiglie di acqua, mentre aspettavi di uscire dal casello autostradale. Il termometro segnava 36 gradi. O forse 38. Per dire del caldo che faceva. Gli organizzatori della festa avevano acconstentito acché gli invitati uomini potessero trascendere dalla cravatta. Faceva così caldo che il protocollo era stato trasgredito. Poi ricordo di aver parlato per tutta la serata della ristrutturazione di un casolare in Toscana &#8211; forse &#8211; di qualche amico di quelli che ci avevano procurato l&#8217;invito. Dietro di me c&#8217;era il presidente svizzero. Ricordo che mi dissero che in Svizzera si vota incessantemente, per esempio per decidere come deve essere smaltita l&#8217;immondizia del cantone vicino. &#8220;<em>E&#8217; impossibile sapere tutto di tutto, avere un&#8217;opinione su ogni cosa. Ma noi abbiamo una specie di democrazia diretta in Svizzera e quindi ci viene chiesto di votare ogni cosa. La democrazia diretta è ingestibile</em>&#8220;. Detto da uno svizzero è una sentenza di morte.</p>
<p>Al Guggenheim a parlare di immondizia e democrazia diretta. Mentre Geoff Dyer forse è vicino a me e a mia moglie. O forse c&#8217;è qualcuno che poi glielo racconterà, in modo che il racconto sia circostanziato, preciso. Plausibile. Io lo saprò sei anni dopo, leggendo un libro che leggerò perché da pochi mesi avrò scoperto di Dyer e perché leggere un libro che parla d&#8217;una città che si conosce precisa l&#8217;immagine che se ne ha. In quella città eravamo assieme, io e Dyer, anni prima. Lui a caccia di una bella mora trentenne, facendo finta di essere interessato alla Biennale, io facendo finta di centrarci qualcosa. A parlar di monnezza. Un argomento sempre d&#8217;attualità, anche a sei anni di distanza.</p>
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		<title>Una cosa divertente che non farà mai più.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2008/09/14/una-cosa-divertente-che-non-fara-mai-piu/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2008 22:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[David Foster Wallace si è suicidato. Finite jest.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-730" title="88166904_1efebcabcc" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2008/09/88166904_1efebcabcc.jpg" alt="88166904_1efebcabcc" width="800" height="449" /></p>
<p>David Foster Wallace <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_14/scrittore_foster_wallace_0a1e2d12-8228-11dd-9b8b-00144f02aabc.shtml" target="_blank">si è suicidato</a>. <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_14/scrittore_foster_wallace_0a1e2d12-8228-11dd-9b8b-00144f02aabc.shtml" target="_blank"></a>Finite jest.</p>
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		<title>Dove sei finita fantascienza?</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Sep 2007 23:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isacco Trolese</dc:creator>
				<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggendo un vecchio Urania trovato da un robivecchi sono incappato in un’appendice scritta da Asimov che fra le altra cose diceva: “E’ compito dello scrittore di fantascienza […] fare previsione. La fantascienza svolge la sua principale funzione non nel predire meccanismi che siano grandi o piccoli, ma nel prevedere le conseguenze sociali. In questo, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo un vecchio Urania trovato da un robivecchi sono incappato in un’appendice scritta da Asimov che fra le altra cose diceva: “<em>E’ compito dello scrittore di fantascienza […] fare previsione. La fantascienza svolge la sua principale funzione non nel predire meccanismi che siano grandi o piccoli, ma nel prevedere le conseguenze sociali. In questo, la fantascienza può essere una sferza per l’umanità</em>”. Io mi chiedo dov’è andata a finire questa fantascienza?</font><span id="more-326"></span></p>
<p>L’ultima mia incursione in libreria si è conclusa con la restituzione del libro al libraio, il ritorno dei soldi nel mio portafoglio e l’amaro in bocca. Stavo quasi per uscire dalla libreria perchè avevo appena pagato un romanzo di fantascienza che mi sembrava promettente: un buon titolo, una buona recensione, e una terza di copertina accattivante; quando vedo scritto in piccolo autore de … e un nome dannatamente identico a quello del romanzo che avevo in mano. Niente che facesse pensare ad una saga, a parte questa piccola scritta, c’era nella copertina, niente in seconda o in terza di copertina, assolutamente nulla nelle prime pagine del libro.</p>
<p>I casi erano due: o l’autore era terribilmente ripetitivo nella scelta dei titoli o mi trovavo per le mani uno dei molti volumi di una saga senza esserne stato minimamente avvisato, come infatti ho scoperto guardando fra le pubblicità dei libri proposti dall’editore, e questo mi ha terribilmente irritato anche perché con quella sarebbe stata la terza saga che mi vedevo costretto a leggere senza che mi fosse data possibilità di scelta. Mi sono visto, mio malgrado, obbligato a restituire il libro perché gli editori hanno deciso di fare i furbetti.</p>
<p>Ma a parte questi trucchetti da venditori da strapazzo utilizzati da qualche editore per costringerti a comprare tre o quattro libri invece che uno soltanto come vorresti, mi chiedo perché molti scrittori ultimamente si sentono obbligati a scrivere saghe cosmiche infinite sondando i meccanismi della realtà virtuale, delle nano tecnologie, e dei viaggi spaziotemporali ma con pochissima di quella previsione auspicata da Asimov.</p>
<p>Possibile che per fare un buon film gli sceneggiatori siano costretti a saccheggiare Dick il cui ultimo romanzo risale a 25 anni fa?<br />
E’ forse scomparsa la capacità di fare queste predizioni, o forse, come ritengo, crediamo di vivere il Futuro?<br />
Mi sembra che ci sia la sensazione che i viaggi nello spazio siano dietro l’angolo e l’androide che sogna pecore elettriche solo questione di qualche upgrade.</p>
<p>Beh: se questo è il Futuro, o il suo inizio, a me non piace per nulla.</p>
<p>Ma io credo che non ci siamo ancora molto allontanati dallo stupore per il fuoco appena inventato, e che non abbiamo percorso molta strada dall’adorazione del tuono.</p>
<p>Vorrei ancora un po’ di quella magica predizione perché credo che l’umanità abbia decisamente bisogno di essere sferzata.</p>
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		<title>Nel mezzo del cammin ti saluto.</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2005 21:11:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Cuomo</dc:creator>
				<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Enrico Brizzi, l’idea di andare lentamente e di faticare, e l’idea poi di trasferire il coast to coast che abbiamo importato dall’America nel piccolo recinto italiano mi piaceva. Mi piaceva che un viaggio da un margine all’altro – da un mare all’altro, anche se il mare è un po’ sempre lo stesso ovunque – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img title=" " src="http://www.metafluxus.com/images/Brizzi.jpg" alt=" " width="250" height="80" /></p>
<p>Caro Enrico Brizzi, l’idea di andare lentamente e di faticare, e l’idea poi di trasferire il <em>coast to coast</em> che abbiamo importato dall’America nel piccolo recinto italiano mi piaceva. Mi piaceva che un viaggio da un margine all’altro – da un mare all’altro, anche se il mare è un po’ sempre lo stesso ovunque – potesse avere un senso anche se in mezzo non c’erano i 4/5000 km che il corretto ossequio americanofilo richiede. Mi piaceva anche la prosa da guida turistica, quel “prendi la strada bianca, vedi l’ufficio postale sulla destra”. C’entrava, in qualche modo, era il racconto di un viaggio, quindi la prosa da guida poteva starci. La frase migliore, quella del Vietnamita, viene a metà <a href="http://www.ita-bol.com/bol/main.jsp?action=bolscheda&amp;ean=978880453519">del libro</a>: “<em>Mentre cammino, penso, e i pensieri più spigolosi si levigano da soli. Per via dell’attrito. E’ una regola fisica</em>“. Notevole. Ti confesso che è per questo che ho comprato il libro. Quella frase mi faceva ben sperare. La somiglianza con una guida turistica è però micidiale. Voglio dire: tempi e pause e colpi di scena sono gli stessi. Non c’è l’azione, e infatti non succede mai granché. Per leggerlo ci vorrebbe tutta la lentezza che quella volta impiegasti per andartene da un mare all’altro. Eppure temo che neanche quella basterebbe: perché in fondo direbbe qualcosa a te e continuerebbe a non voler dire niente a me. Solo una cosa vagamente noiosa, come può essere una passeggiata per chi non la sta facendo (quelli a cui non gli si stanno levigando i pensieri).<br />
Il Vietnamita ti raggiunge a metà libro, dopo che tuo fratello se n’è andato, mi pare per impegni di lavoro.<br />
E’ allo stesso punto che io t’ho salutato. Ho letto la frase del Vietnamita e ho pensato che abbandonavo la compagnia. Secondo me arrivano dall’altra parte, e in mezzo non succede un granché. Comunque non mi interessa.</p>
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		<title>Pornografia morale.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2003/11/14/pornografia-morale/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2003 01:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[08 Letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[Moshe e Nana formano una coppia. Il lettore è avvicinato alla loro vicenda sentimentale trascinato nell&#8217;intimità della loro camera da letto. Thirlwell vuole parlare della loro intimità e dell&#8217;incontro delle loro individualità, e lo fa nel modo più diretto: parlando della loro vita sessuale. “Mentre Moshe cercava di stringere con delicatezza un paio di manette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/Politics.jpg" alt="" width="254" height="85" /></p>
<p>Moshe e Nana formano una coppia. Il lettore è avvicinato alla loro vicenda sentimentale trascinato nell&#8217;intimità della loro camera da letto. Thirlwell vuole parlare della loro intimità e dell&#8217;incontro delle loro individualità, e lo fa nel modo più diretto: parlando della loro vita sessuale. “Mentre Moshe cercava di stringere con delicatezza un paio di manette foderate di peluche rosa attorno ai polsi della sua ragazza, notò in lei un leggero disappunto”.</p>
<p>Politics inizia così. Si sta parlando di un rapporto sessuale fra un uomo e una donna, e di rapporti simili ce ne saranno altrettanti lungo tutte le pagine. Ma questo non è un libro erotico né pornografico. Cioé, non è solo pornografico, o meglio: la pornografia non è il fine, ma il mezzo, per parlare d&#8217;altro. “Questo non è un libro sul sesso. Nossignore. Questo è un libro sulla bontà. Questa storia parla dell&#8217;altruismo. I miei personaggi fanno sesso, e ogni altra cosa, per ragioni morali”.<br />
Già la narrazione di Thirlwell è diversa da quella che ci si può attendere in un libro che descrive purtuttavia con un certo puntiglio le evoluzioni sessuali più estreme. Thirwell descrive cercando di trarre una conclusione da ogni azione dei suoi personaggi. Quello fa questo per un fine ben preciso, un fine che diventa sempre più nitido, e che non c&#8217;entra mai o quasi con il puro piacere. Thirlwell è più interessato a ciò che significa un rapporto sessuale, piuttosto che alla sua tensione più immediata, che è quella di soddisfare un desiderio e di dare piacere.<br />
Anzi: di piacere non ce n&#8217;è poi molto: non per il dolore che scaturisce da determinate pratiche non precisamente naturali, ma perché il sesso non è piacere, non solo insomma.</p>
<p class="testo"><!--DWLayoutTable--></p>
<p>Il sesso è una modalità dei rapporto umani. Gli uomini possono parlare fra di loro, fare affari, odiarsi, oppure fare del sesso. Thirlwell descrive questa teoria con la sua voce, costantemente fuori campo, ma presente come un basso continuo. Thirwell è il personaggio ombra del suo libro: non interagisce con gli altri personaggi ed è invisibile, ma funge da tramite fra loro e il lettore, molto più di quanto sia lecito attendersi da uno scrittore. Per certi versi si può parlare di Politics come di un libro didattico; può a tratti sembrare la sceneggiatura di un documentario: a scene senza commento se ne alternano altre scrupolosamente chiosate: in questa scena abbiamo visto Moshe con Nana,                        in quest&#8217;altra Nana con suo padre (papi).<br />
La morale è la vera protagonista del libro. Tutti i personaggi sono strumentali al discorso sulla morale. Thirlwell parla di un frammento delle loro vite per parlare d&#8217;altro, quindi la relazione di Moshe e Nana è un&#8217;allegoria. Thirwell è uno scrittore molto classico, a pensarci bene. Quasi morale: perché parla di morale, non perché fa la morale. E perché parla del bene che gli uomini possono o credono di farsi l&#8217;un l&#8217;altro. E&#8217; uno scrittore morale e non moralista moderno: dissemina sapientemente commenti che gli servono per segnare un percorso che lo condurrà a dimostrare la sua tesi (“Cosa                        c&#8217;è di male nell&#8217;essere beneducati? Non c&#8217;è                        niente di male, dopotutto”), e ricerca fin da subito un tono confidenziale con il lettore: precisa che l&#8217;esibizione del sesso non è il fine del libro, ma il mezzo che userà per condurre chi lo lascerà fare altrove. Il piglio con cui ne parla è distaccato e scientifico, come se discutesse di una qualsiasi altra comune azione compiuta dall&#8217;uomo: prepararsi un caffè, passeggiare, guardare un quadro. Elimina la pruderie e lo fa nel modo più intelligente e astuto: fare sesso è naturale? E allora perché dobbiamo difenderci e schermirci quando se ne parla? Perché dobbiamo vergognarcene? Veniamo da lì e un atto sessuale ci ha generati, quindi v&#8217;è poco di altrettanto morale che questo, a ben vedere. Politics è un libro morale e sulla morale, nel senso del costume e del comportamento umano, dall&#8217;origine alla fine. Trascende quindi il giudizio (che è fondamentalmente un&#8217;espressione moralistica) è indugia sulla descrizione dell&#8217;azione, che è la modalità della scienza, che si propone di spiegare, non di giudicare.</p>
<p>La descrizione dell&#8217;azione degli esseri umani è il discorso sui loro rapporti. Sentimentali. Amicali. Fisici. Quando essi interagiscono fanno della politica e lo strumento della politica (uno dei) è il sesso: una donna dona al suo uomo la felicità (la rende possibile e reale) grazie al sesso, e viceversa. Presupponendo, ovviamente, che il sesso dia felicità.<br />
Il sesso è passivo: chi decide di dare la felicità e soddisfare l&#8217;altro sceglie attivamente di rendersi passivo e di oggettualizzarsi: diventa uno strumento dell&#8217;altrui piacere. Nana si presta consenziente alle pratiche sessuali estreme che Moshe le propone, con un trasporto leggero, ma consapevole. Sa che sta contribuendo alla realizzazione del piacere altrui. Non suo, giacché spesso queste cose le fanno male.<br />
Il presupposto è quindi: che il sesso dia piacere e che si esplichi in una condizione di possesso. La felicità del soggetto nasce dal potere che egli ha di trarre piacere dall&#8217;altro, che diventa oggetto e passivo. Comportarsi politicamente significa assumere il senso politico nella sua accezione più consueta: un&#8217;espressione di potere. Il potere può infatti esprimersi se sono date due condizioni: la forza (la volontà) e il riconoscimento della stessa, cioé il rispetto dell&#8217;autorità. Vi è infatti chi esercita il potere e chi glielo lascia esercitare.<br />
All&#8217;inizio c&#8217;è sempre la scelta: quella d&#8217;amore (ti amo perché ti ho scelto, ma anche: ti scelgo perché ti amo) o quella civile. La scelta è una manifestazione della fiducia: ripongo la mia fede in te, e in cambio mi aspetto qualcosa (in termini politici ed emotivi). La prospettiva di Thirlwell è solo apparentemente rivoluzionaria: certo, parlare di sesso per intendere la morale è quanto meno inusuale, però: il sesso è solo un&#8217;espressione di passività e potere? Ci si può realmente annullare per fare felice la persona amata? In verità Nana ottiene qualcosa in cambio: la felicità dell&#8217;amante che la ricambia in quella modalità secondo la quale l&#8217;egoismo coincide con l&#8217;altruismo; allo stesso modo lui ottiene il piacere e può esercitare la sua prepotenza ed autorità.<br />
Non esiste pertanto un atteggiamento perfettamente passivo o attivo: entrambi coesistono. Lei decide attivamente di essere passiva, lui subisce passivamente (o inconsciamente) l&#8217;illusione di essere attivo e dominante.<br />
L&#8217;unica differenza fra il sesso e la politica è dimensionale:                        Politics manca completamente della visione corale e collettiva dei rapporti umani. Nana e Moshe, papi e l&#8217;amica lesbica Anjali sono individualità che scambiano temporaneamente emozioni e informazioni. Alle loro spalle c&#8217;è una Londra disumanizzata e sorda, un oggetto scenico e nient&#8217;altro. L&#8217;azione si svolge idealmente in un teatro (Moshe è tra l&#8217;altro un attore), gli attori sono quattro o poco più, gli altri personaggi, se e quando ci sono, potrebbero essere dipinti e fissi. Sono un contorno, una guarnizione per rendere meno soffocante la scena dell&#8217;azione in cui uno da&#8217; per ricevere, in cui una cinica economia dei sentimenti si traveste da morale e si finge l&#8217;unico modo che hanno gli esseri umani per sentirsi meno soli.</p>
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