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	<title>MF+TDC &#187; 09 Musica</title>
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		<title>The Fall of 1960.</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 08:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[09 Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[
A questo punto ci vorrebbe un bel redazionale: dovrei fari finta di averlo ascoltato, e dovrei elogiarlo.
Invece lo ascolterò, come voi: a fianco c&#8217;è il player.
Loro sono i Canadians. Italiani.
E allora?
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="topcolumn" title="thefallof1960cover" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2010/03/thefallof1960cover-440x433.jpg" alt="thefallof1960cover" width="440" height="433" /></p>
<p>A questo punto ci vorrebbe un bel redazionale: dovrei fari finta di averlo ascoltato, e dovrei elogiarlo.</p>
<p>Invece lo ascolterò, come voi: a fianco c&#8217;è il player.</p>
<p>Loro sono i Canadians. Italiani.</p>
<p>E allora?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il fighettismo: la chiusura di Condor.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2009/12/31/il-fighettismo-la-chiusura-di-condor/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 23:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[01 Politica]]></category>
		<category><![CDATA[09 Musica]]></category>
		<category><![CDATA[10 Società]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
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		<category><![CDATA[Manteblog]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Mantellini]]></category>
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		<category><![CDATA[Radio Due Rai]]></category>
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Recentemente è andata in onda l&#8217;ultima puntata di Condor, programma condotto da Luca Sofri e Matteo Bordone.
Dei blog che leggo di solito si son levate dolenti proteste, velate e neanche tanto accuse alla nuova dirigenza di Radio Due che gli preferirebbe un nuovo reality radiofonico, qualsiasi orrenda cosa ciò significhi.
Non seguivo Condor, quindi prendete con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1145" title="schermata-2009-12-22-a-174005" src="http://www.thedesigncouncil.eu/wp-content/uploads/2009/12/schermata-2009-12-22-a-174005-440x246.jpg" alt="schermata-2009-12-22-a-174005" width="440" height="246" /></p>
<p>Recentemente è andata in onda l&#8217;ultima puntata di Condor, programma condotto da <a href="http://www.wittgenstein.it/" target="_blank">Luca Sofri </a>e <a href="http://www.freddynietzsche.com/" target="_blank">Matteo Bordone</a>.</p>
<p>Dei blog che leggo di solito si son levate dolenti proteste, velate e neanche tanto accuse alla nuova dirigenza di Radio Due che gli preferirebbe un nuovo reality radiofonico, qualsiasi orrenda cosa ciò significhi.</p>
<p>Non seguivo Condor, quindi prendete con un ragionevolissimo dubbio il mio pensierino, che è il seguente: non che l&#8217;atteggiamento ne dovesse necessariamente decretare il destino (di trasmissioni radiofoniche di nicchia ce ne possono essere, eccome), ma ho come l&#8217;impressione che i due siano vittime di un certo fighettismo. Il fighettismo è l&#8217;equivalente moderno dello spasmodico tentativo adolescenziale di scoprire prima di ogni altro il nuovo gruppo musicale imperdibile, un attimo prima che questo diventi famoso. Oppure il nuovo regista, il nuovo scrittore. Ammantato d&#8217;oscurità, comprensibile solo a se stesso, il fenomeno è individuato dai media mainstream, musicalmente e cinematograficamente, come <em>indie. </em>Con l&#8217;India non c&#8217;entra niente: sta per &#8220;indipendente&#8221; e definisce un atteggiamento culturale libero dalle costrizioni della grande industria dell&#8217;intrattenimento (mai sentito parlare delle etichette discografiche indipendenti? Delle produzioni cinematografiche indipendenti? Beh, quella roba lì).</p>
<p>Un&#8217;insidia che minaccia costantemente la realtà indie è l&#8217;autoreferenzialità: le individualità che costituiscono le comunità indie, formate in maniera spesso casuale, ancor più spesso per genuina comunione di interessi e scopi, si sviluppano armonicamente sino a quando non si sentono minacciate dall&#8217;esterno, e l&#8217;esterno è invariabilmente il pericolo di diventare mainstream, popolari, manipolabili, forse. Più la comunità si ingrandisce, più è improbabile che accetti nuovi membri. Non è per calcolo, ma per sua stessa costituzione: più popolare diventa, più si discosta dalla sua natura, che è necessariamente intellettualmente elitaria e sofisticata.</p>
<p>Ho collegato i punti quando ho letto un commento riguardo alla chiusura di Condor, che diceva pressapoco che, forse, il calo di pubblico registrato era dovuto ad una scelta un po&#8217; troppo selettiva degli argomenti trattati: spesso pareva che parlassero di cose che intendevan solo loro e che interessavan solo a loro. Ripeto: l&#8217;avrò ascoltato una sola volta, ma seguendo Wittgenstein e Freddie Nietzsche posso immaginare a cosa si alludesse.</p>
<p>Questa sera invece leggo distrattamente <a href="http://twitter.com/mante/status/7210038386">un commento </a>di <a href="http://www.mantellini.it" target="_blank">Massimo Mantellini</a> da twitter che dice:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Bel pezzo di Luca su Kurzweil su Wired di dicembre</em></p>
<p>Twitter non è l&#8217;anagrafe: ci si iscrive volontariamente, quindi, decidendo di seguire quel che dice Mantellini, si accetta di dare per scontate certe cose, o di conoscerle. Un commento del genere è incomprensibile al 99,98% della popolazione italiana. Il problema non è evidentemente di Mantellini: il suo scopo non è quello di essere comprensibile a millantamila persone. Non gli interessa, probabilmente. Infatti assumo quanto sopra come sintomatico di un discorso decisamente autoreferenziale, che, tradotto, diventa:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Bel pezzo di Luca (Sofri) su Kurzweil (non ho idea di chi parli &#8211; ho pensato a Kurtz, quello di Apocalypse Now, fate un po&#8217; voi) su Wired di dicembre (si capisce, almeno, che è una rivista mensile)</em></p>
<p>In sintesi un esempio abbastanza chiaro di cosa è il fighettismo: un&#8217;espressione intellettuale e culturale sicuramente di un certo momento, ma significativa fin tanto che non rimbalza nella sua autoreferenzialità: Luca e Massimo si sono capiti, e col loro qualche altro.</p>
<p>Il fighettismo, in definitiva, non si prefigge di certo di evolversi sino a diventare popolare e comprensibile: è giustamente nella sua ragion d&#8217;essere un buon livello di incomprensibilità. Qualora infatti le piacevoli distrazioni intellettuali con cui il fighettismo si pasce diventino popolari e, infine, volgari (nel senso del volgo), la loro natura è corrotta, e non è più divertente. Sufjan Stevens che suona per uno spot Vodafone è ormai perso (prego ciò non accada mai), ma della buona musica indie di Bright Eyes in Nip/Tuck, per dire, ancora ancora ci sta.</p>
<p>E a dirvelo è uno snob di merda.</p>
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		<title>Coltrane updated.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2009/04/22/coltrane-updated/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 23:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[02 Economia]]></category>
		<category><![CDATA[09 Musica]]></category>
		<category><![CDATA[10 Società]]></category>

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		<description><![CDATA[A Love Subprime.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A Love Subprime.</p>
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		<title>Meglio il silenzio.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2006/11/13/meglio-il-silenzio/</link>
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		<pubDate>Sun, 12 Nov 2006 23:51:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martino Pietropoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[04 Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[06 Design]]></category>
		<category><![CDATA[09 Musica]]></category>
		<category><![CDATA[10 Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Siccome il lavoro è un diritto, ma i diritti stan sulla carta e non ce n&#8217;è mai per tutti, l&#8217;idea è quella di inventarne di nuovi di lavori, e di rincantucciarsi dentro, per poi difenderli. Non si è mica più solo designer: si è &#8220;sound designer&#8221;, &#8220;light designer&#8221; e &#8220;qualsiasispecializzazionetipassiperlacapa designer&#8221;.
Gli esperti ti svelano con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siccome il lavoro è un diritto, ma i diritti stan sulla carta e non ce n&#8217;è mai per tutti, l&#8217;idea è quella di inventarne di nuovi di lavori, e di rincantucciarsi dentro, per poi difenderli. Non si è mica più solo designer: si è &#8220;sound designer&#8221;, &#8220;light designer&#8221; e &#8220;qualsiasispecializzazionetipassiperlacapa designer&#8221;.</p>
<p class="content">Gli esperti ti svelano con un fil di voce, come se ti confessassero l&#8217;incomunicabile, che la musichetta che ascolti mentre spingi il carrello della spesa non se ne sta lì per un caso, ma è stata selezionata con cura per solleticare quei tuoi specifici ricettori che ti fanno aprire più serenamente il portafogli. E&#8217; una musica funzionale a metterti nello stato d&#8217;animo più idoneo all&#8217;acquisto: sarà il buonumore, sarà la spensieratezza che la canzonetta giusta ti danno e che ti fan credere che i soldi non bastan mai, ma almeno oggi bastano, e caccia anche quell&#8217;altro cosuccia nel carrello.<br />
E&#8217; una musica che stimola il consumatore in quell&#8217;area di corteccia cerebrale in cui non risiede il bisogno: quella è sclerotizzata e non la smuovi più, quella non interessa più a nessuno perché di bisogni innati, aprioristici, non c&#8217;è ne più nessuno, salvo quello della fame.<br />
Kenny G, il sassofonista fusion americano più da strapazzo che esista, controlla il racket delle musiche rilassanti o pseudotali. E&#8217; così accondiscente e soft che scompare: almeno all&#8217;orecchio di chi considera la musica una tappezzeria che si sente invece che vederla: una cosa che guardi senza vedere, che senti senza ascoltare. Kenny G impera nei ristoranti gestiti da chi non capisce niente di musica, ma pensa purtuttavia che la musica sia un&#8217;esperienza inscindibile dal cibo. Kenny G suona soave e fastidioso in tutte le hall degli hotel in cui la musica deve esserci, ma deve essere neutrale. Perché Kenny G è elegante rispetto all&#8217;idea che la diseducazione musicale ha dell&#8217;eleganza, e poi si fonde e confonde con il chiacchericcio e il rumore di fondo, e non lo bada più nessuno.<br />
Kenny G mi è giunto all&#8217;orecchio anche alle terme, quei luoghi rinati a fasti gloriosi negli ultimi anni, e tutto sommato non c&#8217;è da meravigliarsene. Qui la sua musica dovrebbe invece rallentare il battito cardiaco, indurre alla meditazione, elevare. Ma è un po&#8217; troppo per Kenny G. E&#8217; un po&#8217; troppo per il mio orecchio musicalmente sofisticato, che l&#8217;ascolta quella melassa, e si innervosisce sulla dura panca della sauna finlandese, a 90° e al 30% d&#8217;umidità. Inizio a seguire quei sussulti sassofonistici, quelle malefiche reinterpretazioni di standard che era meglio lasciar là così &#8211; che stavan benissimo &#8211; e comincio seriamente a pensare che è meglio il silenzio, il grado zero del rumore, l&#8217;assenza di suono. I music designer &#8211; perché ce n&#8217;è uno che ha scelto Kenny G o qualche altra roba del genere, c&#8217;è sempre qualcuno che ha pensato che fosse la cosa più giusta &#8211; devono giustificare la loro esistenza (pure quelli mediocri, soprattutto quelli) e lo fanno insinuando l&#8217;idea che nel bagno turco non basta sentire il vapore acqueo, ma bisogna commentarlo con qualche nota. Buon per chi interpreta queste note come musica e le mette in un cantuccio e non ci pensa più. Io guardo il soffitto nella sauna e Kenny mi distrae, Kenny non c&#8217;entra, Kenny mi irrita. Kenny mi sta facendo odiare la musica, le terme e l&#8217;idea che ci sia qualcuno che sceglie la musica per me, e me la impone, L&#8217;aspetto democratico e rivoluzionario del design &#8211; quello vero &#8211; è che si appella comunque al libero arbitrio del consumatore: che sceglie, di comprare o meno.<br />
Al supermercato, nel negozio, nella sauna non scelgo: subisco.</p>
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		<title>La poesia, a prescindere.</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2006/03/07/la-poesia-a-prescindere/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Mar 2006 23:18:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ishmael Zeta</dc:creator>
				<category><![CDATA[09 Musica]]></category>

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La vera notizia, a proposito del nuovo album di De Gregori (Calypsos &#8211; 9 canzoni nuove), non è che per la prima volta, dopo tanti anni, il cantautore ha infilato un &#8220;ti amo&#8221; in una sua canzone, ma l&#8217;atroce dubbio che chi quella notizia sbandiera, come unico evento degno di nota, nelle recensioni da salotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://www.metafluxus.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=121&amp;Itemid=65"><img src="http://www.metafluxus.com/images/Calip_s.jpg" border="0" alt=" " /></a></p>
<p align="justify">
<p align="justify">La vera notizia, a proposito del nuovo album di De Gregori (<strong>Calypsos &#8211; 9 canzoni nuove</strong>), non è che per la prima volta, dopo tanti anni, il cantautore ha infilato un &#8220;ti amo&#8221; in una sua canzone, ma l&#8217;atroce dubbio che chi quella notizia sbandiera, come unico evento degno di nota, nelle recensioni da salotto telegiornalistico, frivolo aneddoto capace di risolvere un&#8217;intera creazione artistica (quasi si trattasse di una foto rubata in spiaggia), ci creda talmente analfabeti di sentimenti da essere stati incapaci, per tutto questo tempo, di leggere quella frase nascosta, e accesa, nelle costellazioni di versi disseminate in decenni di straordinaria poesia in musica. Badate che se volete leggere una recensione vi conviene cercare altrove (ma non, vi prego, nei salotti di cui sopra), perchè dell&#8217;album ho potuto ascoltare, attentamente, soltanto la traccia chiamata in causa (<strong>Cardiologia</strong> &#8211; 4&#8242;07&#8221;) e poco altro. Fin troppo per ribadire che Francesco De Gregori ha saputo dar forma ad una poetica musicale, poco seriamente discussa e mai adeguatamente celebrata, capace di parlare un linguaggio talmente fragile, e condiviso, che pochi altri ne sanno ricavare tanto. Un linguaggio che sembra sottrarsi per lasciare spazio all&#8217;immagine che evoca, senza lasciare traccia, senza darsi a vedere, solo dandosi a guardare. E quelle immagini hanno il potere di non confondersi, di non svanire con il passare del tempo: sono già ricordi, intimità condivise da chissà chi altro, incapaci di scorrere sotto altre immagini, frammenti di una quotidianità sublimata, e divenuta immortale. Quella di De Gregori è &#8220;poesia a prescindere&#8221;, per usare la definizione che il poeta Raboni dava dell&#8217;opera di Paolo Conte, così distante nel percorso ma così vicino nel risultato al cantautore romano; parole, quelle di Francesco, che sanno diventare frasi di una semplicità disarmante, mai dette perchè troppo spesso pensate, riflettute, dolorosamente comprese. Tra la banalità volgare e la geniale semplicità scorre un fiume di parole; la differenza la fa il buon pescatore. La sua musica, che col passare degli anni ha raggiunto livelli sempre più eccelsi (come nel caso dell&#8217;album <strong>Pezzi </strong>(2005), uno dei migliori album italiani degli ultimi 10 anni, puntualmente ignorato dalla critica), riesce a impressionare quelle fotografie che ci vengono offerte, facendole scorrere, fotogrammi in attesa di un montaggio che appare volutamente incompiuto in un finale da sognare, accompagnandone il percorso senza mai forzarne il cammino. Come verità che si rivelano lasciandoci soli a riflettere con noi stessi. Lontani migliaia di miglia da Sanremo, e dai &#8220;ti amo&#8221; messi lì, tanto per riempire un vuoto di idee.</p>
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		<title>Fenomenologia del confidential/cool.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jun 2003 23:22:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bononi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/Four.jpg" alt=" " border="0" height="66" width="250" /> Cosa ci si deve aspettare oggigiorno da un disco di elettronica? Chi ha una risposta pronta si faccia avanti, io, che non la trovo e non la voglio trovare, mi godo questo album e lo assaporo in ogni sua sfumatura. Sarà forse per il giro di frequentazioni del nostro, più Badly Drawn Boy e backing band del medesimo che il progetto jazzato Fridge e l’intensa attività di remixer per personaggi di casa alla Twisted Nerve e non solo, che riesce a far suonare caldo un disco di questa impostazione e orientamento. Se nei lavori precedenti ci si poteva accorgere dell’incalzante predilezione per un suono acustico con cui filtrare la melodia delle macchine, qui il tutto prende forma e ne deriva flusso di suoni e (r)umori non circoscrivibile in nessuna definizione e forse catturabile con un frame di fantascienza musicale abbastanza ardito: provate ad immaginare il Fennesz di Endless Summer in trasferta a Londra che prende un the con qualche menestrello depresso cronico di stanza nella east coast (Skating Club, Spain), e quest’ultimo che cerca di impartirgli lezioni di chitarra. Proprio una sei corde è l’elemento trascinante di quella <em>As Serious As Your Life</em>, che con il suo avanzare ruffiano si rende irresistibile già al primo ascolto e traccia le coordinate sulle quali tutto il disco si basa. L’iniziale Hands è un caos organico dal quale esce un beat cristallino e molto educato con reminiscenze velatamente rumoristiche. Il rumore fa la sua comparsa sotto forma di furtivi inserimenti nella successiva e bellissima <em>She Moves She</em>, inquietante istantanea da chill-out room che vorremo sentire ogni volta che arriva il momento di lasciare un locale. Gli oltre nove minuti di <em>Unspoken</em>, vengono a creare quello che, forse, è l’unico punto debole di questo disco: se la si considera una suite elettroacustica, tutto funziona senza problemi e si entra in contatto con la capacita di questo musicista di creare un quid che vada oltre la durata ‘standard’ di un pezzo; se proviamo a farle prendere il suo posto all’interno di tutto l’insieme di suoni che è <em>ROUNDS</em>, ci accorgiamo che forse la capacità di creare canzoni propriamente elettroniche con i tempi e i suoni del folk, non si riesce ad esprimere fino in fondo e il tutto si rivela leggermente dispersivo. Peccato veniale. <em>And They All Look Broken Hearted</em> ci conduce in uno spazio dove i suoni faticano a prendere forma e ci si trova in una dimensione strana e molto intima, dove ogni cosa è improvvisamente più vulnerabile di quello che ci si aspettava. Ora facciamo i conti con la realtà: gli episodi migliori di quella tendenza che ha preso la musica elettronica ad accoppiarsi con quella acustica hanno già visto la luce in altre parti del mondo, Chicago e Berlino, però Four Tet ha imparato la lezione e quello che ci ha proposto è molto di più che un disco che convince, centra il bersaglio e mantiene se stesso ben ancorato al sentiero tortuoso della crescita artistica e dell’originalità individuale.
<p><span><strong><font color="#ff0000"> Four Tet: Rounds (<em>Domino</em>) </font></strong>01 hands | 02 she moves she | 03 first thing | 04 my angel rocks back and forth 05_spirit fingers | 06 unspoken | 07_chia | 08 as serious as your life | 09 and they all look broken hearted | 10slow jam</span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Ma non dovevamo vederci più?</title>
		<link>http://www.thedesigncouncil.eu/2003/03/17/ma-non-dovevamo-vederci-piu/</link>
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		<pubDate>Sun, 16 Mar 2003 23:23:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bononi</dc:creator>
				<category><![CDATA[09 Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#60;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/Joan_of_arc.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;67&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&#62;  …ma non si erano sciolti? Cercare di dare risposta a questa domanda non è facilissimo, visto l’imprevedibilità, le molteplici maschere e gli improvvisi cambi di nome dietro i quali si sono sempre nascosti i fratelli Kinsella e i loro fidi scagnozzi. La non-linearità, che da sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/Joan_of_arc.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;67&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&gt;  …ma non si erano sciolti? Cercare di dare risposta a questa domanda non è facilissimo, visto l’imprevedibilità, le molteplici maschere e gli improvvisi cambi di nome dietro i quali si sono sempre nascosti i fratelli Kinsella e i loro fidi scagnozzi. La non-linearità, che da sempre è un loro marchio di fabbrica, rende normale l’uscita di questo disco dopo due anni dall’annuncio dello scioglimento dei Joan of Arc. Momentaneamente lasciamo nello scaffale delle curiosità e dell’esegesi i vari Owls, Owen, American Football, Friend/Enemy, Cap’n’Jazz e via discorrendo; proviamo a focalizzare le nostre attenzioni solo su “&lt;em&gt;so much staying alive and lovelessness&lt;/em&gt;” e sugli uomini (non i personaggi) che gli hanno permesso di vedere la luce. Ambizione e consapevolezza intellettuale, qui, convivono felicemente e le traiettorie strumentali, in continuo ma impercettibile depistaggio, le accompagnano quasi a perdersi verso linee geometriche che non sono mai state così poetiche. I testi sono relativamente contorti, e non è una novità, e se non sempre si può parlare di poesia, c’è il tentativo di osservare i momenti e le sensazioni che stanno nella testa di chi li ha composti, con una lente molto delicata e riposante che rende meno obbiettivo l’impatto con la realtà, ma non vuole nascondere i lati più cinici e dolorosi di questa. La delicatezza che emerge da questo disco è inaspettata, specie per gente che ha fatto delle sottili asprezze tipicamente post una bandiera; per i più pratici siamo di fronte alla sintesi del seminale “&lt;em&gt;how                        memory works&lt;/em&gt;” e dell’introspettivo “&lt;em&gt;the                        gap&lt;/em&gt;”. “&lt;em&gt;on a bedsheet in the breeze on the roof&lt;/em&gt;”, con i suoi scontri contro se stessa, apre il disco e ipnotizza facendoci stare tranquilli: quei ragazzi di Chicago sono tornati e stanno bene. La tromba sottotono che chiude “the infinite blessed yes” riporta a galla amori accademici mai sopiti, e rende un suono subdolo e inquietante l’unica via di uscita da rincorse che potrebbero essere senza fine. Poi ci si trova davanti alla perfetta road-song postmoderna: “perfect need and perfect completion” che risulta essere uno stradario degli U.S.A. con poche località segnate ma con una quantità di note personali che fanno capire che la leggerezza abita da un’altra parte. “&lt;em&gt;Olivia lost&lt;/em&gt;” è uno snervante vademecum del perfetto rompicoglioni, che con il suo fare incalzante ci ammalia. A mio parere qui il disco diventa figlio di se stesso, una sottile patina toglie brillantezza ma gli standard rimangono comunque alti. Quel …&lt;em&gt;Camus                        isn’t your boyfriend&lt;/em&gt;… rende geniale la                        cantilena di “&lt;em&gt;hello goodnight good morning goodbye&lt;/em&gt;”                        e la dice lunga sulle pretese della pulzella. Il piano elettrico                        di “&lt;em&gt;dead together&lt;/em&gt;” è un colpo di genio, sostiene tutta la canzone con un suono che non ha nulla da spartire con le propensioni della band: il gusto prima di tutto. La traccia che da il nome al disco è post-folk acustico con la virata finale dello spoken-word, non poteva esserci modo migliore per mettere un punto fermo. Non è un cd da masterizzare, le foto del booklet sono fantastiche e completano l’inquietudine e la simmetria di questo gradito ritorno.  &lt;span&gt;&lt;span&gt;J&lt;/span&gt;&lt;span&gt;oan of Arc&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt; &lt;strong&gt;So Much Staying Alive &amp;amp; Lovelessness &lt;/strong&gt;TRACKLIST&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt; 1. On A Bedsheet In The Breeze On The Roof | 2. Infinite Blessed Yes, The | 3. Perfect Need And Perfect Completion | 4.Olivia Lost | 5. Diane Cool And Beautiful | 6. Participation Billy | 7. Mean To March | 8. Hello Goodnight Good Morning Goodbye | 9. Dead Together | 10. Madelleine Laughing | 11. Staying Alive And Loveless&lt;/span&gt;</p>
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		<title>I vicini di casa.</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Mar 2003 23:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bononi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/calexico.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;67&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&gt; L’onestà di certe band è indubbia, metterla in discussione sarebbe un po’ come dubitare del vecchietto della porta accanto di cui si conosce tutto, dalla famiglia alle abitudini; ecco i Calexico sono, concettualmente, i miei vicini di casa, guardate una foto e tutto vi sembrerà meno soggettivo. Questo Feast of Wire non aggiunge assolutamente nulla di nuovo alla storia scritta dal duo Burns – Convertino negli ultimi anni: un classicissimo rock americano dalle venature acustiche, stemperato con una leggera propensione pop e condito in salsa mariachi; prima di servire una spolverata di sana attitudine indie come la conoscevamo nella prima metà dei ’90. La sezione ritmica dei Giant Sand, non dimentichiamocelo, nel portare avanti questo progetto ha preferito continuare sul cammino intrapreso con i dischi precedenti, piuttosto che avventurarsi verso nuove soluzioni musicali, ottenendo che questo disco è esattamente come ce lo aspettavamo: ben fatto, molto piacevole e immediato quanto basta. Quando, tra un paio di mesi, ci saremo dimenticati di questo album dovremo fare lo sforzo di andare a riscovarlo e soffermarci sui punti di forza: il ritmato incipit “sunken waltz”, che ci fa sperare che l’andamento dell’album prosegua fino alla fine così cadenzato, continuo, aperto e che la festa paesana di un villaggio ai confini col Messico, unico scenario possibile per questa canzone, non finisca prima dell’alba. A proposito di “not even stevie nicks…” non c’è nulla da dire: è la canzone più bella che i Calexico abbiano mai scritto. “Across the wire” è la foto nuova da mettere sul passaporto da rifare perché appena perso; è venuta decisamente meglio e ne sono fieri. Si rivela molto gustosa l’estemporaneità jazzata di “crumble”, bella prova di padronanza degli strumenti che evita di scadere nel virtuosismo più sterile. Il congedo e l’implicito arrivederci sono affidati alla ballata eterea e polverosa “no doze”, qui la voce di Burns si fa crepuscolare e dolcemente inquietante e discreti spiragli noise la accompagnano. Per tornare con i piedi per terra: “black heart” stenta a decollare con la sua sezione d’archi troppo dispersiva, e la voce che cerca di mascherarsi dietro timbriche e melodie che non le appartengono. “Attack el robot! attack” con il suo miscuglio di note e rumoretti da campionatore a basso costo, non dice un gran chè, però senz’altro Joey e John si sono divertiti parecchio nel realizzarla. Il resto é Calexico-style, e io me lo gusto consapevole di dover fare un piccolo sforzo per sorvolare sul passato ingombrante di questo duo dal quale, però, ci si aspetta un po’ di più: sono fiducioso e già in attesa della loro prossima uscita…è una sensazione piuttosto rara, che non mi provocano tanti musicisti.  &lt;span&gt;Calexico &lt;strong&gt;Feast of Wire &lt;/strong&gt;TRACKLIST&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt; 1. Sunken Waltz | 2. Quattro (World Drifts In) | 3. Stucco | 4. Black Heart | 5. Pepita | 6. Not Even Stevie Nicks&#8230; | 7. Close Behind | 8. Woven Birds | 9. The Book and the Canal | 10. Attack el Robot! Attack! | 11. Across the Wire | 12. Dub Latina | 13. Güero Canelo | 14. hipping the Horse&#8217;s Eyes | 15. Crumble | 16. No Doze&lt;/span&gt;</p>
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		<title>4.766&#8243; of pure Teenage Funclub.</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Feb 2003 23:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bononi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#60;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/teenage.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;66&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&#62;  Dal punto di vista filologico è un disco che non può mancare, un compendio ben fatto che rende giustizia ad uno dei gruppi più sottovalutati del rock d’oltre Manica; il resto sono sensazioni. &#60;em&#62;The concept&#60;/em&#62;: la delicatezza di una storia che finisce in una giornata di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/teenage.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;66&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&gt;  Dal punto di vista filologico è un disco che non può mancare, un compendio ben fatto che rende giustizia ad uno dei gruppi più sottovalutati del rock d’oltre Manica; il resto sono sensazioni. &lt;em&gt;The concept&lt;/em&gt;: la delicatezza di una storia che finisce in una giornata di sole, l’amore non è ancora assopito del tutto e ogni lacrima è un’arma terribile; le chitarre ce lo ricordano con una malinconia rumorosa e la voce ci accarezza quando è il momento di dire addio. &lt;em&gt;Ain’t that enough&lt;/em&gt;: la vita cambia e ci fà cambiare, le piccole cose ci aiutano a mantenere i piedi sul pavimento, pavimento di una stanza con una finestra ampia e aperta da dove entrano luce e aria. Gli occhi sono gonfi, non si sa se per il vento o per qualche dispiacere che ritorna a far capolino. &lt;em&gt;The world’ll be ok&lt;/em&gt;: la poetica degli oggetti e dello spazio, pensare a qualcuno o a qualcosa che non è vicino a noi. La colonna sonora per un dopo-telefonata con una delle persone più importanti della nostra vita, sapere che non sei solo anche se domani mattina nel tuo letto non ci sarà nessuno &lt;em&gt;Everything flows&lt;/em&gt;: un quadro impressionista degli anni novanta, in bilico tra spensieratezze e pericoli non previsti. Avere voglia di tornare indietro, perdersi in ideali ancora non ben definiti: credere che il mondo è un po’ migliore e il perché non lo sapremo mai. &lt;em&gt;Star sign&lt;/em&gt;: la strada del ritorno da qualche cosa che ci ha fatto stare bene, il sorriso non ce lo leviamo mai dalla faccia e ci compiacciamo nel camminare un po’ più alti da terra; chi ci stà attorno non ci capisce, non facciamo nulla per rimediare, lo guardiamo con la faccia da schiaffi. &lt;em&gt;Mellow doubt&lt;/em&gt;: un risveglio vicino alla persone sbagliata, con la certezza che comunque, prima o poi, ci mancherà. La giornata inizia strana, ma verso l’ora di pranzo il sole spunterà e ci terrà compagnia; dopo il tramonto facce amiche quattro passi etilici completeranno il quadro. &lt;em&gt;I need direction&lt;/em&gt;: non sei mai stato oggetto degli sguardi di più di una donna, la prima volta che ti capita di poter/dover scegliere; è meglio che non ne parli con nessuno e che ti divida tra l’esaltazione e la paura. La notte porterà consiglio con contorno di belle immagini. &lt;em&gt;About you&lt;/em&gt;: sono consapevole che la felicità difficilmente si ottiene da soli, tu sei lì, di fronte a me: avvicinati o rischio di convicermi che morirò da solo. &lt;em&gt;What you do to me&lt;/em&gt;: i beach boys sotto anfetamina che suonano quello che tu vorresti che fosse un lento….,da ballare con occhio da triglia e la vista che si appanna. &lt;em&gt;Empty space&lt;/em&gt;: gli ospiti se ne sono andati, la cena è finita, stai facendo ordine e una similitudine si impadronisce di te: gli spazi tra i bicchieri, che gradualmente diminuiscono di numero, sono gli spazi che ci sono tra te e le persone che sono uscite dalla tua vita. Tanto prima o poi la tavola la apparecchi ancora. &lt;em&gt;Sparky dream&lt;/em&gt;: ti svegli e ti accorgi che hai appena sognato di essere esattamente dove sei, hai sognato te stesso che sognavi; la porta della tua camera sei proprio sicuro di volerla aprire? Si. &lt;em&gt;I don’t want control of you&lt;/em&gt;: ecco perché ogni tanto non mi presento, non rispondo anche se so che sei tu, non è detto che si debba condividere tutto, non ho mai avuto simpatia per i sensi unici, ci sei tu e ci sono io. Semplice, no? &lt;em&gt;Hang on&lt;/em&gt;: dipendere dalle scelte altrui, il controllo sulla tua vita è abbastanza lontano da te, speri di non finire nella merda e, se anche dovesse succedere, hai buone possibilità di continuare a galleggiare. &lt;em&gt;Did I say&lt;/em&gt;: tornare sui propri passi con l’ironia                        dell’esperienza. &lt;em&gt;Don’t look back&lt;/em&gt;: mettere un piede davanti all’altro, camminare come chi ti stà davanti, evitare le buche che hanno già fatto cadere tanta gente e giuggiolarsi nel sapere che qualcuno ti segue. &lt;em&gt;Your love is the place where I come from&lt;/em&gt;: l’ innamorarsi senza la ricerca di quello che l’amore non è, accontentarsi in maniera ottusa delle sensazioni che due corpi sanno dare, saziarsi della luce degli occhi di chi hai di fronte, e sperare, sperare, sperare che tutto duri nel tempo. &lt;em&gt;Neil Jung&lt;/em&gt;: l’idolo che ti delude, l’uomo che è stato quello che tu avresti voluto diventare ti appare come un coglione senza possibilità di riscatto: ti hanno appena detto che babbo natale non esiste, il mondo non ti appare un granché, ma è sempre il giorno di natale…. &lt;em&gt;Radio&lt;/em&gt;: i primi dischi che ti prestano, ti piacciono prima di ascoltarli, basterebbero le copertine e saperli maneggiare come il proprietario….la soddisfazione che provi quando, anni dopo, ascolti uno dei brani di quei dischi alla radio e hai ancora qualcuno con cui parlarne. &lt;em&gt;Dumb, dumb, dumb&lt;/em&gt;: la morte che ti viene a trovare, si porta via qualcuno e non lo rimpiazza, si allontana beffarda e tu hai voglia di prendertela con dio o con chi fa le sue veci in quel momento, ma non risponde nessuno e tu rimani lì. &lt;em&gt;Planets&lt;/em&gt;: guidare da soli all’alba non è solo bello coreograficamente, sprofondi un po’ dentro te stesso e vuoi cambiare la tua concezione dello spazio del tempo, fermarla in quel momento che è già passato. &lt;em&gt;My uptight life&lt;/em&gt;: andare a letto presto non è una debolezza, magari è solo conoscersi meglio e prendere le distanze dai maledetti e dai supereroi, che si fottano. Buona notte.  &lt;span&gt;TEENAGE FANCLUB &lt;/span&gt;                       &lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;strong&gt;4766 Seconds: A Short Cut to                        Teenage Fanclub &lt;/strong&gt;TRACKLIST&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt; 1. The Concept (Blake) | 2. Ain&#8217;t That Enough (Love) | 3. The World&#8217;ll Be Ok (McGinley) | 4. Everything Flows (Blake) | 5. Starsign (Love) | 6. Mellow Doubt (Blake) | 7. I Need Direction (Love) | 8. About You (McGinley) | 9. What You Do To Me (Blake) | 10. Empty Space (Love)| 11. Sparky&#8217;s Dream (Love) | 12. I Don&#8217;t Want Control Of You (Blake) | 13. Hang On (Love) | 14. Did I Say (Blake) | 15. Don&#8217;t Look Back (Love) | 16. Your Love Is The Place Where I Come From (McGinley) | 17. Neil Young (Blake) | 18. Radio (Love) | 19. Dumb Dumb Dumb (Blake) | 20. Planets (Blake/MacDonald) | 21. My Uptight Life (McGinley)&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;</p>
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		<title>Colui che nessuno vorrebbe essere.</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jan 2003 23:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Davide Bononi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#60;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/Daniel_Johnston.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;66&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&#62;  Daniel Johnston è colui che nessuno vorrebbe essere. Un uomo instabile mentalmente con tendenze depressive e una spiccata propensione a vedere nella droga, ora negli psicofarmaci, l’unica via d’uscita da un mondo che la sua sensibilità gli permette di cantare ma non di affrontare. La differenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;img src=&#8221;http://www.metafluxus.com/cultura/cultura_img/Daniel_Johnston.jpg&#8221; alt=&#8221; &#8221; border=&#8221;0&#8243; height=&#8221;66&#8243; width=&#8221;250&#8243; /&gt;  Daniel Johnston è colui che nessuno vorrebbe essere. Un uomo instabile mentalmente con tendenze depressive e una spiccata propensione a vedere nella droga, ora negli psicofarmaci, l’unica via d’uscita da un mondo che la sua sensibilità gli permette di cantare ma non di affrontare. La differenza tra Daniel Johnston e un maledetto del rock come ce ne sono tanti, sta nella totale assenza di compiacimento che traspare dalle canzoni di questo menestrello da ospedale psichiatrico: i suoi problemi non hanno bisogno di essere protagonisti delle sue canzoni, sono impliciti nelle storie che ci racconta. Quest’ uomo ha la grandiosa capacità di toccare sentimenti e stati d’animo tremendamente adulti, con la trasparenza e l’apertura d’animo tipiche di un bambino che gioca (a nascondino in un cimitero). Penso che dei bambini abbia anche la totale assenza di paura nel mostrarsi agli altri, per lui il mettersi in gioco non esiste: non riesce a concepire la presenza di maschere sulla personalità, lui è così. Forse proprio da qui deriva la quasi banalità di certe dichiarazioni d’amore che non conoscono giochi formali e concettuali dietro cui è diventato troppo facile nascondersi; ci parla dell’amore della sua vita usando come termine di paragone Superman e sembra che in ogni canzone le lacrime siano dietro l’angolo. Syrup of tears è un inno degli amori semplici, grandi e mai consumati e di cui non si riesce fare a meno e il piano che la accompagna ti entra nelle ossa. Fish è quel filo che lega Bruce Springsteen a (Smog), passando per i Pixies e gli Eels: una canzone aperta che abbiamo sognato mille volte di cantare al vento con gli occhi pieni di vana speranza e con una rabbia da poter muovere una montagna. So che esistono canzoni capaci di farti male e ferirti, You hurt me è esattamente questo: la voce di Johnston non ti lascia respirare e ti carica sulle spalle il peso delle delusioni e dell’impossibilità di vivere serenamente il sesso: può sembrare esagerato che una canzone possa fare tutto questo? Ascoltatela e, se avete un briciolo di cuore, la penserete esattamente come me. Questo è un disco che si ama o si odia, giustifico chiunque mi dica che la voce è quasi sempre stonata e fastdiosa, che l’alternarsi di ballate e canzoni che strizzano l’occhio al power pop stanca e che Daniel Johnston non è altro che uno dei tanti Peter Pan che infestano il nostro tempo; io proprio in questo ho trovato il punto di forza di questo gioiello della scena cantautoriale americana. Ma come si fa a non provare piacere nel camminare a fianco dei personaggi che escono dalla mente di Johnston, partecipare ai racconti delle sue esperienze, che pur per quanto possano essere borderline, portano dentro la sincerità dei momenti più assurdi e un sottile raggio di luce che coincide con la speranza di un bambino di quarant’anni. Il disco è prodotto da Mark Linkous (aka Sparklehorse), personaggio non facile che ha visto la morte in faccia più di una volta, che ha stemperato l’indole classico-cantautoriale di Johnston con i suoi suoni filtrati da amplificatori saturi e moog da mercatino dell’usato.  &lt;span&gt;Daniel Johnston: Fear Yourself (Eternal Yip Eye Music) 1 Now | 2 Syrup of Tears |3 Mountain Top |4 Love Enchanted | 5 Must | 6 Fish | 7 Power of Love | 8 Forever Your Love | 9 Love Not Dead | 10 You Hurt Me |11 Wish | 12 Living It for the Moment &lt;/span&gt;</p>
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